Bartleby, lo scrivano/ Herman Melville


(…) Rammentai allora tutti i muti misteri di quell’uomo. Ricordai che non apriva mai bocca se non per rispondere; che, quantunque avesse, sia pure a intervalli, molto tempo libero, non l’avevo mai visto leggere – no, nemmeno un giornale; che aveva l’abitudine di starsene a lungo in piedi davanti alla sua pallida finestra dietro il paravento a fissare il muro cieco di mattoni. Ero ben certo che non era mai entrato in una mensa o in una trattoria, e il suo volto pallido indicava con chiarezza che non aveva mai bevuto birra, e neppure té o caffè come chiunque altro; che non usciva mai a fare quattro passi, a meno che non ci fosse andato proprio ora; che aveva rifiutato di dirmi chi era e da dove veniva, o se avesse qualche persona cara al mondo; che, pur essendo così smunto e patito, non si lamentava mai di qualche malanno. E più di tutto, mi rammentai di quella sua svagata aria di pallida – come definirla? – alterigia, o piuttosto austera riservatezza che mi aveva così positivamente impressionato da rendermi in un certo qual modo complice delle sue bizzarrie, al punto di provare una sorta di timore nel chiedergli il minimo servizio occasionale, pur magari indovinando, da quelle sue lunghe immobilità, che dietro il paravento doveva starsene immerso in qualche trasognata fantasticheria fissando il muro cieco. (…)
Bartleby, lo scrivano
Herman Melville
(Invito alla lettura)

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