Da “La ragazza della Pensione” di Paolo Monelli (1965)


Rodney Smith

Rodney Smith

(…) Scendemmo verso una grande città tutta grattacieli, navigammo entro strade oscure, atterrammo davanti ad un locale folgorante di luci sulla cui soglia stava un gigantesco portinaio negro vestito da ammiraglio. La ragazza si mise la scopa sotto l’ascella, con l’altra mano prese il mio braccio spingendomi innanzi: entrammo. Vidi una gardaroba piena di scope, la ragazza consegnò la sua, ricevette uno scontrino. Si diresse verso una stanza; sulla porta stava scritto: “Ladies”; mi fece cenno di entrare nella stanza accanto, su cui stava scritto: “Gentlemen”. Qui dentro trovai due inservienti premurosi che mi spogliarono dei miei vestiti cittadini e mi fecero indossare una marsina come non mi sono mai sognato di avere. Tornato fuori, trovai ad attendermi la mia compagna, in un leggero abito da sera, i capelli rialzati sul capo e ben pettinati, le labbra laccate di rosso, le ciglia stecchite dal rimmel; mi si appese al braccio, amorosa, ridente. Ballammo a lungo, in una sala sontuosa, gremita di coppie; le donne erano tutte giovani e belle; gli uomini di tutti i generi e di tutte le età, giovani, maturi, belli e brutti. La ragazza stava tutta disciolta tra le mie braccia. Uscimmo dalla sala in un giardino, ci sedemmo sopra una panchina: la notte era luminosa, grandi palme salivano a coprire le costellazioni. me la presi fra le braccia; si abbandonava felice, mi sussurrava parole amorose.

“Ti ricorderai sempre di questa notte?” mi chiese. “Tu forse credi di sognare. Ma è tutto vero, renditi conto che sei ben sveglio.” (…)

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