Mare Nostrum – Capodistria


Si era quasi addormentato sopra una sedia della vasta sala, sopra una delle molte sedie di cui gli era lecito usufruire in quel momento; la trattoria era ormai vuota.

Il cameriere sentiva che le sue gambe stanche se ne stavano andando, le gambe che gli facevano tanto male. Se ne andava anche lui, pareva che si stesse per addormentare.

All’improvviso qualcuno chiamò: “Cameriere!” ed egli si scosse.

Erano entrati e si erano seduti attorno ad un tavolo, la signora e i suoi due giovani amici e ridevano, ridevano tanto.

“Che cosa desiderano?”

“Che cosa c’è?”

Egli recitò freddamente la solita lista dei cibi, incominciando a suggerire quelli migliori. Presi gli ordini, se ne andò dal cuoco in cucina.

“Mi raccomando il miglior trattamento. Sono signori che conosco” il cameriere disse con sussiego.

“E chi sono?” “Miei compatrioti!” “Tedeschi?” “Ma per Dio, italiani, italiani, istriani puri!” “Li conosci?” “No! Ma li ho riconosciuti dal parlare!”.

Egli aveva riconosciuto le parole e l’accento lontani del suo paese, la sua giovinezza lontana e morta, la voce dei suoi genitori e quella di sua sorella, di più di trent’anni prima.

Rientrato in tavola dai clienti, il cameriere li servì con gran cura, lasciando cadere qua e là qualche parola e calcando la pronuncia nativa per essere riconosciuto, per far capire che anche lui era uno che proveniva dalle stesse coste del loro mare.

I signori, però, sembrava che non se ne rendessero conto.

I tre mangiavano di buon appetito e il cameriere li guardava con compiacimento.

Finalmente, uno dei signori disse: “Voi siete veneto?”

Son istrian, son de Capodistria!”

Ma alora semo compatrioti!” disse l’altro.

Ma vivè a Roma?” “De trenta ani” “E non siete mai tornado a Capodistria?” “No! No poso!” rispose amaramente. Loro non glielo chiesero ed egli non disse che era scappato per evitare il servizio militare austriaco, che aveva gridato “Viva l’Italia!” e che così si era meritato l’esilio.

Qua, a Roma me son sposado e go tre fioi grandi che parla romanesco”.

“Ma quando potrete ritornare?” chiese la signora, parlando in lingua italiana, con un leggero accento della Città Eterna.

Egli rispose con un gesto vago della mano.

“Del resto è meglio star qua nella capitale d’Italia, piuttosto che a Capodistria. A Capodistria non c’è niente! Una noia!” disse l’altro signore.

Il cameriere tacque. Ormai nessuno lo comprendeva. Per la moglie e i suoi figli era ridicolo soffrire per quel desiderio di rivedere una sconosciuta piccola città lontana. Meglio Roma! A poco a poco egli stesso si era persuaso a pensare così. Ora anche chi veniva da Capodistria dava ragione a sua moglie!

A Roma? Tutto magnifico! Tutto grande! La Capitale! Per sua moglie passi; ella vi era nata, diceva camera con due mm e te possino con molte esse. Ma quei signori erano istriani, istriani come lui. “Ormai son vecio, i tempi xe cambiai” pensò il cameriere.

In effetti, quando dovette muoversi per aiutare i signori ad indossare i cappotti e per aprire la porta del ristorante, le sue gambe gli dolsero nuovamente e diedero ragione ai suoi pensieri. Era vecchio e l’idea di morire, senza rivedere la terra dove era nato, subito lo colse e gli si infisse nel cervello.

Si risedette sulla sedia di prima ma non si addormentò, anzi era ben sveglio e rifletteva.

Bisognava andare fino a quando c’era tempo! Prima di morire! Qualunque fosse il rischio, qualunque fosse il pericolo!

Rivedere ancora una volta la sua bella terra istriana e il suo mare, i colli intorno con le molte viti e gli ulivi che scendevano al mare. Ricercare la sorella lontana e dimenticata, che dicevano la testa più bionda della costa istriana, ormai sicuramente bianca. Riabbracciare Marco, l’antico compagno di giochi, e Piero, il bonaccione, al quale spesso scappava la stessa bestemmia e così bestemmiando si era buttato in mare per salvare un bambino che stava affogando. E l’altro … come si chiamava? … ah! sì… Martino, ora lo ricordava benissimo, sempre seduto sul pontile con le gambe pendenti verso l’acqua, a guardare il fondo del mare; e a chi gli chiedeva che cosa stesse facendo rispondeva… ”guardo!” … e tutti ridevano. Martino il “matto”.

L’esule continuò a pensare, ma adesso più seriamente. I danari per il viaggio li aveva: duecento lire sempre tenute nascoste alla famiglia. E il pericolo? Ma chi poteva riconoscerlo dopo che erano passati tanti anni? C’era piuttosto da affrontare la moglie. I te possino con tante esse si sarebbero sprecati. Non poteva aspettare più!

“Oh, ma va in galera!” grugni dolcemente sua moglie, quando egli le comunicò la decisione.

“Può essere!” le rispose il cameriere, e quello stesso giorno partì.

Voleva giungere dal mare, vedere la costa profilarsi lontana nel primo sole dopo una notte di navigazione sotto le stelle, nell’immensità. Una striscia vaga, lontanissima, tutta uguale; poi le prime forme, gli archi dei piccoli golfi e le penisole e le macchie biancastre dei paesi: Pirano alta e merlata, tutta rosea nel chiarore del giorno e Isola bassa e grigiastra e poi la punta che celava il paese natio; il vallone e, nel riposo del suo mare più calmo, Capodistria dalla forma di scudo. Il mare intorno, ancora invernale, azzurro cupo con le lievi frange delle piccole onde mosse dal vento.   

Con questa speranza e con questa visione, egli scese dal treno che lo aveva portato ad Ancona e corse verso il mare … il suo mare.

Stette in gravi pensieri seduto sopra un ammasso di corde presso la riva.

“Mare vecchio” disse d’un tratto un pescatore che era lì accanto, appoggiato alla parete del fianco di una alta barca tirata a riva, mentre fumava la sua sottile pipa di gesso.

 “Già, mare vecchio” rispose l’esule e guardò il pescatore che vestiva quei strani panni che formano quasi un costume nazionale per i pescatori di Chioggia.

“Ma vento buono” continuò il chioggiotto.

“Partite presto per andare a Chioggia?”.

“Sta notte, ma non andiamo a Chioggia, andiamo a Trieste” rispose il pescatore, continuando a fumare la sua pipa.

“Io dovrei andare a Capodistria, ma non c’è il piroscafo!”

“A Capodistria? Da Trieste si fa presto; con vento di terra non più di mezz’ora” disse il chioggiotto.

“Mi prendereste con voi?”

Il pescatore, avvicinandosi al forestiero, si tolse la pipa di bocca e la battè lievemente sul fianco della barca per farne uscire la cenere.

“Si può parlare! Ma la barca è vecchia e non è comoda. Vi porterò per dieci franchi!”

“Sta bene! Ma fino a Capodistria!” concluse l’esule.

“Fra due ore a bordo! E’ l’ultimo bragozzo, là in fondo, il “San Fortunato” … son paron Penso” disse il pescatore, girandosi ed allontanandosi verso la barca.

Il vento di scirocco fece ballare la barca tutta la notte, ma il cameriere non ne soffrì, anche lui era nato sul mare.

Poi all’alba il vento cambiò e la barca continuò più rapida sulla sua rotta. Il cielo si schiariva e il mare si faceva azzurro. Le ore passavano rapide. Qualche stormo in alto, qualche lontano piroscafo, qualche ala bianca di gabbiano.

I chioggiotti, in silenzio, ascoltavano il cameriere che narrava della sua giovinezza, dell’esilio e della sua vita nella Capitale. Il sapere che riportavano in patria un esule, un patriota che la polizia austriaca avrebbe forse ancora perseguitato, non li aveva turbati per niente. Essi erano abituati a ben altri pericoli.

Il bragozzo intanto filava rapido. Cigolavano in alto le armature delle due grandi vele, segnate da fregi rossastri e dagli stemmi di nobiltà della plebe di Chioggia. Un San Fortunato, nell’angolo più acuto della vela più alta, alzava un lungo braccio teso a benedire.

Il cameriere, stanco per il viaggio e le emozioni, si era addormentato e quando apparvero le prime fasce del sole nascente, paron Penso gli venne vicino e, svegliandolo, gli chiese “Non vi riconosceranno?”.

Il cameriere rimase in silenzio, senza saper rassicurare né il suo ospite né se stesso. Non lo aveva ancora pensato.

“Bene, allora, non sbarcherete prima di notte. Noi intanto pescheremo al largo” soggiunse il paron.

“Come? Ma io voglio andare subito a Capodistria!”.

“Va bene! Se lo volete voi! Andremo subito a riva!” disse il chioggiotto e diede l’ordine di proseguire.

La costa si avvicinava rapidamente e si distinguevano i gruppi maggiori delle cittadine e le piccole macchie bianche delle case alte sulle colline fra il verde o basse sulle rive presso il mare. Già Pirano era rimasta dietro le spalle e così pure Isola.

“Dunque, siete sicuro? andiamo davvero?” chiese ancora una volta paron Penso.

“Andiamo! Andiamo!” rispose l’esule.

Il bragozzo si volse, piegò, entrò nel vallone.

Capodistria apparve vicinissima. Gialla in alto la grande casa del Reclusorio; più sotto la gaia fisonomia veneziana della città marinara e il pontile e gli alberi dalla forte ossatura, spogliati dal vento.

Amaina!” gridò il Capitano. Si arrivava, finalmente!

L’esule in piedi, a prua, si protendeva fuori dalla barca come volesse correrle avanti. Le vele calavano a poco a poco, mentre la barca rallentava la sua corsa e si avvicinava alla riva.

Buta el cavo” disse ancora il Capitano. La cima fece strani segni nell’aria e cadde sulla terra. Altre mani la raccolsero, la trassero e la fissarono attorno a un palo.

Sul molo c’era poca gente e l’esule guardava fisso l’uomo in grigio che allacciava al palo la corda della barca con cui era giunto e che lo aveva portato in patria.

“Marco” egli gridò all’improvviso.

 L’uomo lasciò il palo, venne verso il bragozzo che aveva già toccato il molo e disse: “Ma, ti xe ti?”.

Sì, son mi, vegno de Roma, me riconosi?” gridò l’esule.

Sta fermo. Ora scendo in barca” disse Marco. 

“Fermi!” disse il Capitano, mentre fumando la sua pipa, guardava un poliziotto che con aria sorniona si avvicinava alla barca.

“Forestieri?” chiese la guardia, mentre fermava Marco dicendogli “Tu resta qua!”.

Paron Penso non rispose e continuò a fumare, mentre l’esule pallidissimo non sapeva che dire.

“Marco, tu conosci quel signore?” chiese il poliziotto, additando l’esule.

“No! Mai visto!” rispose Marco, tranquillamente.

“Però egli ti conosce, sa anche il tuo nome e tu hai detto di riconoscerlo. Ora vedremo chi egli è!” continuò il poliziotto con fare interrogativo, avvicinandosi per salire in barca.

  “Non vi è permesso!” disse paron Penso, strappando la corda che correva lungo l’albero maestro e facendo cadere il vecchio tricolore, sbiadito e sbrindellato con lo stemma sabaudo, e stendendolo sul ponte.

“Ora passate pure sulla bandiera!”. Il poliziotto si arrestò.

“Molla la cima!” e Marco, sciolta dal palo, la gettò in barca.

“Issa tutta!” ordinò il Capitano, con voce decisa.

La barca si allontanò un poco dal pontile e poi si mosse rapidamente.

Marco dalla riva fece un rapido cenno di addio. L’esule rimasto muto, non poteva né parlare né dolersi.

La terra si allontanava rapidamente, la terra dove egli era nato e da cui l’odio degli uomini lo ricacciava per sempre.

La moglie di un mio caro amico d’infanzia, esule fin da ragazzina da Isola d’Istria – la quale, da allora, vive a Trieste – mi ha regalato da lungo tempo l’abbonamento annuale all’UNIONE DEGLI  ISTRIANI, un periodico mensile che parla delle terre d’Istria.

Io non sono istriano se non per una bisnonna, la nonna di mia madre, nata nel lontano 1848 a Pirano, ma poi trasferitasi fin da giovane a Trieste.

In uno degli ultimi numeri delle rivista ho trovato, nelle pagine che riguardano Capodistria, il testo di un racconto dal titolo “Mare Nostrum”, come fu pubblicato nel mese di Novembre del 1907, sulla rivista mensile del Corriere della Sera, “La Lettura”.

Il racconto mi è piaciuto molto, perché fa riecheggiare lo spirito degli esuli istriani dall’Austria di allora e dalla Jugoslavia di oggi.

Il racconto originale del 1907 è, evidentemente, scritto con i modi e le parole di più di un secolo fa.

Per renderlo più scorrevole, io mi sono permesso di riscriverlo a modo mio, sempre avendo come traccia il testo completo a mia disposizione. 

Ing. Manlio Moggioli

Roma, 22 maggio 2013

 

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