“Sic transit gloria mundi” – La trilogia delle Piramidi – di Manlio Moggioli



Agosto 2012

° episodio – Egitto: 2.500 anni a. C.

Il sole non era più così brillante come lo era stato tutto il giorno, quando era a picco. La fascia all’orizzonte della sabbia sollevata dall’harmattan incominciava ad ingiallirlo. Si appressavano il tramonto e la sera.

Hamir se ne stava ancora acquattato, nascosto nel canneto. Le otarde si erano avvicinate ed avevano incominciato a beccare.

La giornata l’aveva passata lungo il grande fiume, distendendo e ritirando le sue reti. Ora aveva infilzato i pesci catturati su di un bastone puntuto e, dopo la pesca, aspettava il frutto della caccia.

Faceva ancora caldo, ma Hamir sapeva che la notte avrebbe portato frescura. Il clima secco e la stagione invernale avrebbero esaltato l’escursione termica.

Immobile nella sua postazione, osservava le otarde mangiare. Non si trattava che di aspettare. Tra non molto, le bacche imbevute nel sidro di miglio avrebbero fatto effetto e sarebbe stato facile catturare gli animali ubriachi.   

Raggiunto lo scopo, Hamir lanciò una rete sopra le otarde, che razzolavano di qua e di là, e quelle catturate le mise in una cesta. Non raccolse più di quattro o cinque. Hamir era un cacciatore avveduto e sapeva che non bisognava cacciare più di quanto era necessario per lui e la sua famiglia.

Predecessore del poi più ben noto Renzo Tramaglino, con le otarde che si battibeccavano nella cesta mentre si avviava di buon passo verso casa, vide suo figlio maggiore venirgli incontro, quasi di corsa. Il Capo del Villaggio aveva radunato il Consiglio degli Anziani e Hamir era stato invitato ad assistere alla riunione, assieme ad altri.

Dopo aver mangiato, in fretta, un po’ di pesce secco affumicato e qualche pagnottella abbrustolita, Hamir si diresse a rapidi passi verso la grande capanna circolare, che si trovava al centro del villaggio.

Entrato nel locale ampiamente illuminato da fiaccole maleodoranti, Hamir notò che il luogo era quasi pieno e che un  gruppo di persone al centro della capanna discuteva animatamente.

Dopo pochi minuti e dopo che le ultime persone erano entrate nella capanna, il Capo del Villaggio fece un cenno e subito si fece un grande silenzio.

Iniziò a parlare il portavoce del Capo, che, dal tono di come presentava gli argomenti, si capiva che avrebbe sostituito il Capo al momento opportuno. Il Capo rimaneva seduto silente, continuando a masticare delle strane foglie, che poi sputava regolarmente in terra.

Il messaggero del Faraone si era presentato al villaggio, portando la grande notizia che il Faraone voleva rendere merito ai suoi abitanti, per la strenua difesa dell’impero, che essi avevano opposto e opponevano agli etiopici, che, comandati dai loro re guerrieri, insidiavano il territorio egizio e la dinastia.

Memore delle opere scultoree che il villaggio aveva dato nel passato, per la costruzione dei templi lungo il Nilo, il Faraone aveva deciso di far loro l’onore di dare ancora una volta un simile contributo, che sarebbe stato messo a far parte dell’ultima opera “faraonica” (in effetti non disse proprio così), che il Faraone stava progettando di costruire.

Il messaggero, dopo aver completato il suo giro presso altri paesi dei dintorni, avrebbe visitato nuovamente il villaggio per lasciare i piani dell’opera, che avrebbe dovuto esser consegnata sul luogo della costruzione nel giro di sei mesi.

Dopo qualche secondo di silenzio, scoppiò una animata discussione tra tutti, che non era altro che quella che Hamir aveva sentito alla sua entrata nella capanna.

Dopo che le opere dei faraoni venivano costruite con la più vicina sienite, il prezioso granito del villaggio era andato in disuso e le cave abbandonate … solo per trasportare lungo il fiume il manufatto ci volevano più di due mesi … non c’era più quasi nessuno che sapesse cavare e lavorare la pietra … già molte valide braccia erano state coscritte e avevano abbandonato il villaggio per andare a costruire la nuova opera …

Alla fine, il vecchio Capo, sollevato il bastone del comando, pronunciò poche parole: “Si deve fare! Organizziamoci e il villaggio dimostri le capacità dei suoi uomini!”

 

Dopo due giorni, il messaggero del Faraone portò al villaggio i piani promessi e da allora, per Hamir, nominato responsabile della missione, la vita cambiò precipitosamente.

Abbandonò il villaggio, trasferendo subito la sua famiglia nelle vicinanze della cava di granito,  dove lo raggiunsero le famiglie dei partecipanti all’impresa, assieme alle loro riserve di granaglie e a tutti gli  animali domestici. I lavoratori dovevano esser alimentati e, quindi, dei gruppetti di cacciatori e pescatori vennero incaricati di provvedere per quanto necessario. Le donne cucinavano e i bambini razzolavano d’intorno all’insediamento provvisorio.

Venne trasportato, in portantina, anche un vecchio cavatore che conservava, nei suoi ricordi del passato, l’esperienza di come si lavorava la pietra. 

Il lavoro venne diviso in tre sezioni: cava, strada verso il fiume e costruzione dell’imbarcazione. Ad esse vennero dedicati tutti gli uomini validi del paese; quelli meno validi furono addetti ai servizi dei lavoratori.

La situazione della cava non era buona, come dice la nota canzone di Celentano. Abbandonata la coltivazione da molti anni, il fronte era collassato ed ora rimaneva nascosto sotto una grossa frana.

Nel rimuovere i massi, due lavoratori rimasero uccisi e molti persero mani e piedi. Tre persone furono morse dai serpenti, nascosti tra le pietre, e scomparvero tra atroci dolori.

Infine, una volta ottenuto il fronte pulito, cinque operai rimasero schiacciati da un grosso blocco di granito, che si staccò improvvisamente da esso.

Serpeggiava il malumore. Tuttavia la volontà ferrea di Hamir e l’incitamento del Capo del Villaggio, rimisero tutti a lavorare di gran lena.

Anche nell’accampamento temporaneo vicino alla cava, le cose non andavano meglio. I bambini morivano come mosche, a causa dei disagi e della fonte d’acqua infetta. Questo fatto però non creava malcontento in un paese dove solo il venti per cento dei bambini superava il secondo anno di vita.

Le cose andavano meglio per coloro che preparavano il terreno che avrebbe portato l’opera al fiume e alla barca e per i suoi costruttori. Il lavoro era più semplice e c’era meno tensione.

Dopo circa due mesi, il grosso blocco di granito richiesto venne estratto dalla montagna ed entrarono in azione gli scalpellini, che, a loro volta, lavorarono giorno e notte per dare alla pietra la forma voluta dal Faraone.

Dopo un altro mese e mezzo di duro lavoro sotto la guida preziosa del vecchio esperto, l’opera fu compiuta e il Capo del Villaggio venne a visitarla. Una piccola cerimonia religiosa precedette le operazioni di movimentazione del manufatto e il suo lungo viaggio, verso il nord.

In altre due settimane il blocco granitico venne trasportato all’attracco e messo a bordo della grossa barca di papiri intrecciati, che nel frattempo era stata preparata. Due lavoratori rimasero schiacciati sotto i tronchi, sui quali scorreva il pesante corpo roccioso, ma quasi nessuno se ne accorse, in quanto i loro resti rimasero impastati con la sabbia sottostante.

Iniziò il lungo viaggio lungo il fiume, alla guida di Hamir stesso. La corrente era lenta e sia il vogare dei rematori sia la vela issata sull’albero non miglioravano di molto l’andare.

Ogni tanto delle barche più veloci superavano quella di Hamir, il quale faceva di tutto per non rimanere indietro, ma i loro carichi rocciosi era più piccoli e quindi più leggeri.

Dopo circa due mesi di navigazione, la barca giunse a destinazione, giusto in tempo per non essere in ritardo.

Mancavano due marinai scomparsi nei gorghi delle cateratte, quattro mangiati dai coccodrilli e sette svuotati dalla diarrea.

Il porto era congestionato da centinaia di barche, ma Hamir, recatosi a terra a parlare con i responsabili, ottenne precedenza all’attracco su molti.

L’opera del villaggio ai confini più lontani dell’Impero venne, così, rapidamente scaricata dalla nave e presa in custodia dagli addetti. Sotto tanti ben assestati colpi di frusta, gli schiavi la fecero, a loro volta, scivolare su tronchi fino al deposito, in attesa di esser collocata nella sua  posizione prevista.

Hamir e i suoi vi si accamparono attorno per testimoniare orgogliosamente la loro proprietà, in attesa della prevista visita ispettiva.

Dopo circa una settimana si presentò l’Ingegnere Capo dell’Opera, seguito da una schiera di tecnici, che iniziarono a misurare il manufatto, a saggiarlo e a redigere il rapporto di consegna.

Hamir venne fatto avvicinare per stare all’ombra sotto il baldacchino dell’Ingegnere, il quale, una volta ricevuto il rapporto, lo lesse con voce stentorea.

“Parallelepipedo di granito rosa di prima qualità, a grana fine, senza macchie, perfettamente squadrato, con facce lucidate al quarzo, corrispondente alle dimensioni  richieste di dodici cubiti per sei per tre ( cubito = 0,46 m circa). Blocco numero 24 di circa 230.000 totali. Si conferma l’assegnazione prevista ai 3.300 blocchi del primo strato, secondo anello a partire dal centro”.

“Bravi! Complimenti!” aggiunse l’Ingegnere. “Il Faraone Cheope sarà orgoglioso di voi.”

      


 

° episodio – Egitto: 2022 d. C.

Il sole non era più così brillante come lo era stato tutto il giorno, quando era a picco. La fascia all’orizzonte della sabbia sollevata dall’harmattan incominciava ad ingiallirlo. Si appressavano il tramonto e la sera.

Faceva ancora caldo, ma Hamid sapeva che la notte avrebbe portato frescura. Il clima secco e la stagione invernale avrebbero esaltato l’escursione termica.

Immobile, seduto su delle pietre che si era preparato nella sua postazione sopraelevata, appoggiandosi al bastone da pastore, osservava le sue capre brucare quei pochi sterpi che spuntavano qua e là nel deserto.

Di tanto in tanto soffermava lo sguardo sulle piramidi lontane, che con il tragitto del sole cambiavano di ora in ora colore. Ora rosseggiavano, illuminate dagli ultimi raggi.

Hamid si considerava fortunato in quanto il villaggio gli aveva assegnato quella zona di pascolo, che gli permetteva di osservare quei monumenti che erano là da più di 4.500 anni, come gli era stato detto.

Mentre Hamid osservava le “sue” piramidi, egli rifletteva sugli avvenimenti che negli ultimi anni avevano colpito il Paese.

Da quando l’Iran aveva messo a punto la bomba atomica e si era dotato di un grosso arsenale, la politica mondiale era cambiata. Israele, con il beneplacito degli Stati Uniti retti da un Presidente musulmano, era stato costretto al rientro entro i suoi confini del 1948 e al disarmo.

Un governo nuovo era sorto nel mondo: il Grande Ordine Nuovo dei Talebani, che dominava su tutte le nazioni islamiche della Terra. Da quasi due anni il governo dei Fratelli Musulmani aveva deciso che l’Egitto ne facesse parte. I militari, visto il disarmo d’Israele, erano stati spazzati via.

Il cambio non aveva portato benessere all’Egitto, ora retto dalla sharia.

Il turismo era stato proibito e il popolo era alla fame. Solo nei villaggi lungo il Nilo si sopravviveva grazie ai prodotti della terra che, in ogni caso, venivano in gran parte confiscati per essere portati nelle grandi città.

Erano tempi molto duri.

Dopo aver rinchiuso le capre nel recinto per la notte e mentre si avviava di buon passo verso casa, vide suo figlio maggiore venirgli incontro, quasi di corsa. L’imam del villaggio aveva radunato il Consiglio Talebano degli Anziani e Hamid era stato convocato ad assistere al sermone, assieme a tutti gli altri uomini.

Doveva essere una convocazione importante, pensò Hamid. Non era venerdì, quando tutti gli uomini dovevano essere obbligatoriamente presenti alle preghiera sulla piazza principale. La piazza veniva usata per questi scopi anche perché la vecchia moschea non conteneva più tutti i fedeli e la nuova, sufficientemente ampia per le accresciute esigenze, era ancora in costruzione. Anche l’ora della convocazione (due ore dopo il tramonto del sole) era segno della straordinarietà dell’evento. 

 

Dopo aver mangiato, in fretta, un pezzo di caciotta di capra con qualche pagnottella abbrustolita, Hamid si diresse a rapidi passi verso la grande piazza circolare, che si trovava al centro del villaggio.

Entrato nella piazza ampiamente illuminata da fiaccole maleodoranti, Hamid notò che il luogo era quasi pieno e che un gruppo di persone al centro della piazza discuteva animatamente.

Cercò di avvicinarsi a loro, ma all’improvviso gli altoparlanti ai quattro angoli della piazza emisero, gracchiando, la voce del muezzin che invitava alla preghiera. Hamid si prostrò immediatamente a terra, come tutti gli altri, rivolto verso la Mecca.

Allāhu Akbar… Allāhu Akbar… Allāhu Akbar… Allāhu Akbar… (Allah è Grande). Testimonio che non esiste dio al di fuori di Allah. Testimonio che Muhammad è l’Inviato di Allah. Testimonio che Ali è custode della parola di Allah…”

La preghiera durò più di venti minuti e poi ci fu un grande silenzio.

Dopo più di cinque minuti di silenzio assoluto, quando i fedeli incominciavano già a mormorare sottovoce, i quattro altoparlanti incominciarono a gracchiare nuovamente.

“Udite il messaggio registrato che lo sceicco saudita Ali Bin Said Al Rabi’i II ci ha inviato” proclamò il muezzin.

“Fratelli musulmani e genti di tutti i Paesi islamici che fanno parte del Grande Ordine Nuovo dei Talebani, dall’estremo oriente della Nuova Guinea e dell’Indonesia, ai grandi Paesi dell’Asia Centrale, al Medio Oriente tutto, fino all’occidente della Mauritania e a tutti i Paesi dell’Africa mediterranea fino all’Africa Equatoriale … as-salam ‘alaykum (pace su di voi).

 Dopo aver già sterminato più di dieci milioni di Cristiani che vivevano nei nostri territori, ora il Gran Consiglio dell’Ordine ha deciso che le testimonianze dell’idolatria pre-islamica, simboli del paganesimo nei nostri Paesi, debbono venir demoliti.

Come il califfo Omar fece distruggere la biblioteca di Alessandria e Mohammed Saim Al Dahr riuscì nel 782 dall’Egira (380 d. C.) a mutilare la Sfinge, voi ora siete chiamati a distruggere le Piramidi, che inquinano il paesaggio della pianura di Giza.

 Ricordatevi quanto hanno fatto i vostri Fratelli Talebani che hanno abbattuto i Budda in Afghanistan e quelli che fecero lo stesso con i mausolei del Mali e le moschee di Timbuctu. Voi farete lo stesso!

Il vostro Presidente ha già accolto la richiesta del Grande Ordine.

Negli altri Stati islamici vostri confratelli i palazzi reali degli impostori, che vi regnavano come in Brunei, in Arabia Saudita e così in Giordania, sono già stati rasi al suolo. Tra poco anche i monumenti di Petra e Palmira non saranno altro che un mucchio di sassi.

Tra qualche giorno riceverete le istruzioni su come la popolazione del vostro villaggio parteciperà all’operazione che sarà diretta dal Dipartimento Centrale delle Costruzioni di Al Qaeda.

  Allāhu Akbar… Allāhu Akbar… Allāhu Akbar… (Allah è Grande).”

 

Due settimane dopo, alla fine della preghiera del venerdì, il muezzin riprese la parola, attraverso i soliti quattro altoparlanti gracchianti, per gli uomini che gremivano la piazza, mentre dalla facciata della moschea veniva srotolato e scendeva un grande telo con dipinti figure e numeri.

“Fratelli! Queste sono le istruzioni che il nostro villaggio ha ricevuto per i compiti nella demolizione della Piramide di Cheope e la realizzazione della grande spianata della Moschea di Omar che sorgerà al suo posto.

Guardate il tabellone e ascoltate.

Il lavoro si dividerà in due fasi:

Fase 1: demolizione della piramide e realizzazione della grande spianata della    Moschea

Fase 2: costruzione della Moschea di Omar.

Al momento il nostro villaggio è stato incaricato della sola Fase 1!

Vedete a sinistra in alto del dipinto la Piramide.

Essa ha una base quadrata di 230 m di lato e una altezza di 146 m, per un volume di 2.600.000 m3. E’ formata da 203 corsi di massi sovrapposti di calcare e granito di altezza media di 0,72 m, per un totale che è stato stimato in 230.000 blocchi.

I blocchi dovranno essere abbassati a livello di terra per formare una grande spianata che è stata stimata in 700 m per 5.200 m, come si vede nella parte destra in basso del dipinto. Ogni blocco pesa mediamente 26 ton.

I dati che vi ho detto sono tutti riepilogati sul tabellone!

Il lavoro sarà suddiviso tra due gruppi di lavoratori. Quelli sopra la piramide, incaricati di abbassare i blocchi; quelli sotto, incaricati di preparare la spianata allineando il blocchi scesi.

Il gruppo soprastante lavorerà in collaborazione con dieci elicotteri dell’Esercito di Al Qaeda. Quello sotto opererà assieme a venti bulldozers e graders, sempre al comando dell’Esercito di Al Qaeda, che provvederanno a spianare e a livellare il terreno.

I blocchi della piramide non sono cementati tra di loro. Come prima operazione verranno leggermente smossi e sollevati tramite martinetti idraulici di grande potenza. Sulla loro superficie superiore verranno trivellati due fori verticali nei quali verranno fissati dei grossi bulloni che termineranno con cappi di acciaio per il sollevamento dei blocchi da parte di un elicottero.

Per la messa in posto a terra dei blocchi, nell’ordine previsto, si svolgeranno le operazioni inverse. Sono già stati calcolati i giunti necessari, in quanto, una volta sistemati i blocchi in orizzontale e livellati, essi verranno ricoperti con una soletta di calcestruzzo di un metro di spessore, di color verde, il colore dell’Islam.  

Mobilizzando 10 blocchi all’ora, per 20 ore al giorno, per 360 giorni all’anno, il lavoro dovrebbe essere completato in circa 4 anni.

Per la demolizione delle piramidi di Khepren e Mikerinos e la costruzione delle rispettive spianate sono già stati incaricati altri due villaggi. Poiché le due piramidi sono più piccole della vostra, il vostro tempo sarà rispettato anche da loro.

Nei prossimi giorni i Controllori Islamici di ciascuno dei nostri Quartieri del Villaggio vi comunicheranno come sarete divisi nelle varie squadre.

  Allāhu Akbar…”

 

Ad Hamid venne assegnato il comando della squadra N.3 delle venti squadre incaricate degli strati superiori; aveva al suo comando ventiquattro uomini divisi in due turni di 10 ore, di giorno e di notte; ogni squadra per ogni turno era composta da due gruppi ciascuno assegnati alla movimentazione e all’operazione delle grosse macchine perforatrici e dei loro motocompressori. Hamid era aiutato per il coordinamento delle operazioni a lui assegnate da due assistenti, che provenivano dal Comando di Al Qaeda del suo villaggio.

Dopo pochi giorni Hamid e i suoi uomini vennero aerotrasportati in cima alla piramide ed incominciarono il loro lavoro di perforazione e aggancio dei blocchi che durò per mesi e anni in mezzo alla polvere sollevata dai perforatori. Le maschere di protezione venivano praticamente buttate ogni settimana.

Purtroppo non tutte le operazioni ebbero successo. Ben nove uomini di Hamid morirono in due incidenti schiacciati dai blocchi che erano ricaduti a terra quando l’elicottero li aveva sollevati di qualche metro e la fune di acciaio si era rotta all’improvviso.

Essi furono sepolti nella nuda terra assieme a tutti gli altri ottocento operai deceduti nelle operazioni. La maggior parte di essi erano dei lavoratori della spianata inferiore, morti tra atroci spasimi a causa dei morsi dei serpenti che si nascondevano nella sabbie anche dopo che esse erano state spianate dai bulldozers. Qualcuno aveva chiamato questa morte la maledizione di Cleopatra, che si vendicava dello scempio fatto al regno di Egitto.

La dissenteria e la disidratazione fecero il più. Stranamente nessuno pensò alla maledizione del Faraone, tanto queste morti erano comuni nei luoghi.

 

Un tardo pomeriggio di primavera, poco prima dell’estate, di circa quattro anni dopo l’inizio dei lavori, Hamid se ne stava seduto con alcuni dei suoi a bere una bibita rinfrescante mentre un gruppo di operai, chi con delle scope meccaniche e chi con delle ramazze, stava pulendo i blocchi centrali dell’ultimo strato che era venuto alla luce. Lo strato era rimasto al suo posto in quanto inglobato nella grande spianata. L’indomani quella parte sarebbe stata ricoperta dalla soletta di calcestruzzo.

Il lavoro era praticamente finito e il villaggio si stava preparando a far festa.

Ad un tratto uno degli operai addetti alle pulizie venne correndo verso il gruppetto che si stava riposando, mentre gridava “Hamid! Hamid! Vieni a vedere che cosa abbiamo trovato!”.

Hamid, recatosi sul posto vide un blocco di granito, perfettamente levigato e incassato tra gli altri che recava su di una superficie, di circa 5m x 3m, dei geroglifici, che risaltavano sulla lapide che era stata lavata con un secchiata d’acqua, e che Hamid non seppe logicamente interpretare.

Chiamato il Capo Progetto, un afgano incaricato dal Grande Ordine Nuovo dei Talebani di dirigere i lavori e che era esperto di decifrare la scrittura dei Faraoni, come aveva dimostrato durante la scomposizione della piramide, egli lesse:

“ IL VILLAGIO DI (NOME ILLEGIBILE), AI CONFINI MERIDIONALI DELL’IMPERO, RENDE OMAGGIO AL FARAONE CHEOPE CON QUESTO BLOCCO DI GRANITO ROSA, CHE HAMIR HA TRASPORTATO TRA MILLE PERICOLI LUNGO IL GRANDE FIUME.”

 

 

° Episodio – Egitto: 2030 d. C.

Era una notte calda e tremendamente afosa. La città del Cairo era avvolta in una nube di smog che perdurava da diversi giorni per mancanza di vento.

Hasan dormiva profondamente su di una brandina nella sua stanzetta, che una vedova gli affittava come alloggio per pochi soldi, in cambio di qualche lavoretto che le faceva in casa. Dalla piccola finestra aperta, che dava su di un cortile maleodorante, non entrava un filo d’aria.

Hasan prima della presa di potere del Gran Ordine Nuovo dei Talebani era stato un venditore ambulante di tappeti e gli affari, con i tanti turisti che visitavano l’Egitto, non gli andavano troppo male. Ora, chiuso il turismo, continuava a girovagare per la città sempre in cerca di un pur piccolo lavoro che gli permettesse di campare.

“MK3, MK3!”… “Eccomi!” rispose Hasan che, svegliatosi, si mise in ascolto della voce che conosceva.

Silenzio!

Hasan attese per un po’ e poi riprese a dormire russando fragorosamente.

“MK3, MK3!”… “Eccomi!” rispose Hasan che, risvegliatosi, si rimise in ascolto per udire la Voce.

Silenzio!

Hasan attese ancora per un po’ e poi riprese a dormire russando fragorosamente, come tutta la città, stanca dei festeggiamenti della giornata per il decimo Anniversario dell’Era del Grande Ordine Nuovo dei Talebani.

“MK3, MK3!”… “Eccomi!” rispose per la terza volta Hasan.

“La nostra pattuglia di sorveglianza del Sistema Solare ci comunica che non è riuscita a concludere il suo giro periodico sopra la Terra in quanto non riesce a trovare più i riferimenti per l’orientamento e l’atterraggio. Le tre piramidi che avevamo fatto costruire quasi 4.500 anni fa non esistono più. Che cosa è successo?” disse la Voce. 

“Sono state fatte demolire dal nuovo Governo egiziano, che prende ordini dal Grande Ordine Nuovo dei Talebani. Al loro posto ora ci sono tre grande spianate per le preghiere islamiche, che inizieranno non appena saranno finite di costruite tre moschee, adeguate al ruolo di guida di tutti i popoli islamici” rispose Hasan.

“Male! Molto male! Questa è una grave disobbedienza agli accordi che il Grande Ordine del Cosmo aveva preso con i Faraoni!

Ma tu… MK3, e gli altri che cosa avete fatto?”

“Niente! Siamo troppo pochi! E inoltre i nostri compiti sono solo quelli di osservare e capire che cosa sta succedendo nei Paesi a noi assegnati e non di agire!” continuò Hasan.

Silenzio.

“MK3, ascolta! Io sono la Voce del Grande Ordine del Cosmo, Signore dell’Universo!”

Hasan si alzò in piedi sia in segno di rispetto, sia perché era stato preso da una grande paura nell’ascoltare la Voce.

“Ho osservato che questo Grande Ordine Nuovo dei Talebani ha osato infrangere i patti che legavano a noi i popoli della Terra. Questo è un grave segno di insubordinazione che, se non sarà rimediato subito, potrà portare alla distruzione del Globo. Le tre Piramidi devono essere ricostruite subito, nel minor tempo possibile!

Tu devi incontrare il Capo del Governo egiziano e dirgli quanto ti ho detto ora”.

Hasan disse alla Voce “Ma chi sono io, Signore, per andare a riferire al Capo supremo quanto mi hai detto? Io sono solo un vecchio venditore di tappeti”.

“Va! Noi saremo con te!” rispose la Voce.

“Noi sappiamo che né i Governanti di Egitto, né il Grande Ordine Nuovo dei Talebani accetteranno di ricostruire le Piramidi. Ma tu dirai loro che il Grande Ordine del Cosmo alzerà la mano e colpirà tutti gli islamici, quale segno della sua Potenza. Dopo di che, essi accetteranno la ricostruzione”.

“Perdona, Signore, ma io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l’altro e neppure quando tu ora hai incominciato a parlare al tuo servo. Sono impacciato di bocca e di lingua”.

La Voce replicò: “Chi ha dato una bocca agli uomini o chi li rende muti o sordi, veggenti o ciechi? Non siamo forse noi? Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire”.

Dopo di che il silenzio ricadde sulla stanzetta e Hasan continuò a dormire fragorosamente. 

 

Il mattino dopo Hasan si risvegliò con la preghiera del mattino, alla quale il muezin chiamava da un non lontano minareto. Aveva la testa confusa da quello che a lui pareva esser stato un sogno, ma aveva le idee chiare su quello che doveva fare.

Fatte le solite abluzioni in un bacile con dell’acqua grigiastra che aveva rovesciato da una brocca, estrasse da un baule scalcagnato un caffetano dei vecchi tempi di quando faceva il venditore ambulante. Si diede una spuntatina alla barba che tutti gli uomini adulti erano obbligati a portare per decreto religioso (le donne ne erano state esentate e in ogni caso nulla si vedeva sotto il burqa) e uscì di casa, senza neanche salutare la vedova che già aveva intonato le sue dolenti nenie.

Pur essendo di buonora le strade erano già piene di gente che andava di qua e di là, ma Hasan non si preoccupò; prese diritto e deciso, a rapidi passi svicolando tra la folla, la strada che portava al Palazzo Presidenziale, sede del Grande Ordine Nuovo dei Talebani.

 

Giunto davanti al palazzo, Hasan vi entrò facilmente con quell’aria di mujaheddin che aveva assunto. I mujaheddin afgani erano stati da tempo inviati nel Paese per controllare i comportamenti dei cittadini egiziani nei riguardi del Grande Ordine Nuovo e entravano liberamente nel Palazzo per riferire al Supremo Consiglio le loro scoperte di infrazione agli ordini emessi dallo stesso.

Arrivato alla sala delle riunioni del Consiglio, Hasan palesò alla guardia armata di kalashnikov di stanza all’ingresso la necessità di incontrare subito il Presidente per una importante comunicazione riguardante la sicurezza dell’Ordine.

Fu fatto entrare mentre era in corso un riunione generale che ascoltava i comandamenti che l’Ordine dava all’Egitto, tramite lo sceicco saudita Ali Bin Said Al Rabi’i II appena rientrato da Kabul.

Si fece un gran silenzio e il Presidente, ascoltata la guardia che gli aveva parlato in un orecchio, fece cenno ad Hasan di avvicinarsi e di parlare.

“Così dice il Grande Ordine del Cosmo, il Signore dell’Universo” annunziò Hasan. “Ricostruisci le Piramidi e abbatti le tre moschee in costruzione”.

Il Presidente rispose con tono minaccioso ”Chi è questo Ordine che io debba ascoltare la sua voce e ricostruire le Piramidi? Non conosco il Signore dell’Universo e non ricostruirò certamente le Piramidi! Vattene e non farti più vedere!”

A queste parole Hasan estrasse da sotto il caffetano una catena di uno strano metallo dal colore argenteo; vi era appeso un grosso disco dello stesso metallo che raffigurava le tre Piramidi e sopra la costellazione d’Orione; innalzato il disco sopra la testa e fattolo vedere a tutti gli astanti, Hasan uscì in silenzio dalla sala.

Il figlio del noto archeologo egiziano Zahi Hawass, che era tra i presenti, riconobbe subito nei simboli del disco un bassorilievo inciso su di un blocco di pietra di un corridoio semiabbandonato della piramide di Cheope.

Il giorno dopo sempre di buonora Hasan si ripresentò dal Presidente e disse: “Io sono MK3, l’inviato dal Grande Ordine del Cosmo! Ieri tu non hai dato ascolto alla mia parola. Da’ subito ordine di incominciare a ricostruire le Piramidi come ti ho detto o te ne pentirai, perché gravi sciagure si abbatteranno su tutti coloro che credono in Allah!”

Il mattino seguente, sempre alla stessa ora Hasan si fece introdurre dal Presidente e ripetè il suo monito.

“Cane di infedele! Il Gran Consiglio dell’Ordine dei Talebani aveva deciso che le testimonianze dell’idolatria pre-islamica, simboli del paganesimo sui nostri territori, venissero demolite e così è stato fatto. Le Piramidi non verranno ricostruite mai!” sentenziò il Presidente.

Allora Hasan alzò la mano e disse “Tu l’hai voluto!”.

All’istante tutti gli uomini dei domini del Grande Ordine Nuovo dei Talebani persero tutti i peli del corpo e i lunghi capelli e le folte barbe caddero a terra ai loro piedi. Erano tutti glabri, con loro somma vergogna.

Il mattino dopo Hasan si ripresentò ancora una volta davanti al Palazzo Presidenziale. Al vederlo, tutti si fecero da parte spaventati ed egli fu ricevuto immediatamente dal Presidente, che nascondeva la nudità del suo capo sotto un ampio scialle di lana.

“Credi tu ora al Potere del Grande Ordine del Cosmo? Ricostruirai le Piramidi?” sentenziò Hasan.

“Mai!” pronunziò il Presidente con voce chioccia.

Allora Hasan alzò nuovamente la mano e disse “Ancora una volta l’hai voluto tu!”.

All’istante tutte le donne dei domini del Grande Ordine Nuovo dei Talebani persero i loro vestiti, burqa, chador, niqab e hijab vari che indossavano, che caddero a terra ai loro piedi. Erano tutte nude, con loro somma vergogna e sotto lo sguardo dei concupiscenti desideri degli uomini.

Per la quinta mattina consecutiva Hasan si presentò al Presidente e gli diede il solito monito, avvertendo che la pazienza del Grande Ordine del Cosmo stava volgendo alla fine.

Avendo ricevuto la solita risposta negativa, Hasan alzò nuovamente la mano e non disse nulla.

All’istante tutto quanto stavano bevendo e avrebbero bevuto gli islamici si sarebbe tramutato in Coca Cola e tutto quanto avrebbero mangiato sarebbe diventato BIG MAC della Mc Donald’s.

Hasan se ne andò in silenzio, per ritornare il mattino dopo con la solita flemma.

“Basta! Basta! Il Signore dell’Universo ha vinto! Le Piramidi saranno ricostruite e la Terra ritornerà sotto il controllo del Grande Ordine del Cosmo! Il contratto per la ricostruzione è già stato firmato con la più grande Impresa edile degli Stati Uniti. Progettista e Direttore dei lavori sarà uno Studio di Ingegneria israeliano di Gerusalemme. Il lavoro sarà completato in due anni!

L’ONU ha già deciso che a fine del prossimo mese si terranno libere elezioni per la costituente in tutti i Paesi che facevano parte del Grande Ordine Nuovo dei Talebani, che stanotte è stato definitivamente disciolto.

Benedicimi e va in pace, Hasan-MK3! Riferisci ai tuoi e non tornare mai più!” concluse il Presidente, sprofondando accasciato nella sua poltrona. 

 

 

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