Marta Abba


(…) Ma chi era questa ostinata Santa Giovanna lombarda? Pirandello cercò a lungo e disperatamente di capire cosa si nascondesse nel suo cuore. Alcuni fra i suoi tardi drammi “Diana e la Tuda” e “Trovarsi” , lasciano probabilmente trasparire qualcosa della sua natura profonda. Era una Diana moderna: una donna fredda, dura, virginea. Viveva sulla scena i personaggi del teatro. Non amava che la scena, dove si trasformava in cento figure; e una specie di ritegno, o di esclusione, o di frigidezza, o di rinuncia, le impediva di esistere, come persona, nella vita di ogni giorno. Tutto fa credere che il dramma dell’attore pirandelliano fosse attinto dall’esistenza segreta della donna che Pirandello amò come un incubo.
Nel febbraio 1925, a ventiquattro anni, Marta Abba diventò prima attrice del “Teatro d’Arte”, che Pirandello diresse fino al 1928. Allora, Pirandello aveva cinquantasette anni. La giovane attrice fu certo affascinata dal Maestro, che seduceva tutti coloro che lo ascoltavano. Quando leggeva un dramma il suo viso era di una mobilità vertiginosa. Senza mai alzare gli occhi dal copione, con le mani aggrappate alla tavola, contaeva il volto, diventava due, tre, quattro personaggi l’uno dopo l’altro; e il mento convulso, i nervi tesi fino allo spasimo, il viso pieno di lampi, i fulminei corrugamenti della fronte, il movimento tormentoso della persona, lo scricchiolio delle mascelle, l’inaudita violenza delle parole lasciavano intuire quali passioni si agitassero nel suo spirito: Era, come diceva di sé, un alto e robusto cipresso morto, , ma ancora possente, con le radici incalzate dai venti e dalle tempeste: o un uomo pieno di caverne nascoste, popolate di fantasmi e di immaginazioni sinuose. Per quasi quattro anni, Pirandello e Marta Abba conobbero insieme la vita esaltante e lacera del teatro: l’odore di trucco, il sipario alzato e abbassato, le modeste scenografie, gli applausi e i fischi, il profumo di

“La malattia dell’Infinito” di Pietro Citati

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