Racconto semplice – di Manlio Moggioli


La sveglia suonò prolungatamente. Erano le ore sei e trenta di un lunedì di un ottobre avanzato.
La signora Pina si alzò dal letto e si infilò le pantofole. “Mario! Ha suonato la sveglia!” disse.
“ Lo so. L’ho sentita!” rispose suo marito.
Il signor Mario si alzò dal letto, si infilò le pantofole e si diresse in bagno.
Dopo aver svuotato la vescica, entrò nella vasca, che chiuse con una tenda di plastica azzurra, e fece la doccia con il telefono della rubinetteria della vasca. Si asciugò, si lavò i denti e si fece la barba.
Rientrato in camera, trovò, pronto sul letto, il solito vestito grigio, le calze dello stresso colore, la camicia bianca e la cravatta a strisce nero azzurre. Mentre si vestiva, la signora Pina gli portò le scarpe nere, che aveva appena lucidato.
Una tazza di caffè con latte e due fette di pane integrale biscottato, ricoperte da  un filo di marmellata di pesche che la signora Pina aveva fatto, fu la sua colazione.
Anche se incominciava a fare più freddo, il signor Mario indossò l’impermeabile beige, con la sciarpa di seta rossa – regalo di sua moglie per un suo compleanno – e un cappello rigido di color grigio. Prese anche l’ombrello. Le previsioni avevano indicato possibili piogge in serata.
“A stasera!” disse il signor Mario alla signora Pina, dandole un bacio sulla guancia e uscendo di casa, come ogni mattina.
Erano le ore sette e dieci minuti precise. Faceva ancora buio.
Lungo la strada che lo separava dalla fermata del tram, il signor Mario comperò il giornale quotidiano, salutando cordialmente il giornalaio e tirando fuori dal portamonete – una specie di tacco di pelle nera – due monete da cinquanta centesimi e una da venti.
Dopo qualche minuto arrivò la circolare che l’avrebbe portato in ufficio, dall’altra parte della città. C’era, come sempre, poca gente e il signor Mario si sedette al suo solito posto, senza obliterare il biglietto. Il signor Mario aveva la tessera mensile della linea.
Mentre il tram correva veloce lungo le corsie a lui riservate, il signor Mario lesse i titoli e i contenuti della prima pagina del giornale, senza aprirlo; il cappello, che si era tolto e che teneva appoggiato sulle ginocchia, glielo impediva.
Poco dopo le ore otto il signor Mario discese dal tram, che fermava a qualche centinaio di metri dal suo ufficio, un palazzone grigio sede centrale dell’industria per la quale Mario lavorava.
“Buon giorno, ragionier Mario” gli disse il portiere. “Buon giorno, Giovanni” rispose Mario, con tono amichevole. Erano stati assunti con qualche giorno di differenza, circa trent’anni prima.
L’ascensore lo portò al primo piano, dove su una porta di vetro satinato stava scritto “AMMINISTRAZIONE”.
Entrato nel suo ufficio, il signor Mario appese l’impermeabile, la sciarpa e il cappello su di un moderno appendiabiti a stelo. L’ombrello venne infilato nello spazio a lui riservato nello stesso appendiabiti.
Sedutosi alla scrivania, il signor Mario estrasse dal cassetto una matita rossa e blu, che appuntì con cura con l’apposito coltellino, facendo cadere le schegge di legno nel cestino a fianco della scrivania.
Il compito del ragionier Mario era quello della revisione delle fatture.
Tutte le sere la sua collega, la signora Maria, gliele metteva nella vaschetta di destra, rigorosamente al di sotto di quelle che erano eventualmente rimaste dal lavoro della giornata.
Egli le prendeva una ad una e verificava che quantità, descrizioni, prezzi unitari, prodotti delle quantità per i prezzi unitari e totali parziali e generali fossero esattamente gli stessi dell’ordine, della bolla di consegna, della presa in carico del magazzino e della fattura del venditore. Dopo aver segnato le cifre ad una ad una con la matita blu, la fattura passava in una vaschetta posta sulla sinistra della scrivania. Nel caso di discrepanze, l’articolo veniva marcato in rosso e la fattura passava in una vaschetta alle spalle del signor Mario, posta su di un mobiletto basso, accanto alla raccolta delle riviste periodiche dell’IVA.
“Olà, vecchio briccone! Pausa caffè!” disse un uomo, aprendo la porta dell’ufficio del ragionier Mario. Egli era un collega dell’amministrazione, suo amico, praticamente l’unico in tutto l’edificio. Erano le ore dieci e trenta.
 I due si diressero a lenti passi verso la macchinetta posta in uno slargo in fondo al corridoio, quasi senza scambiare una parola.
“Oggi tocca a me!” disse l’uomo. “No! Ti sbagli, venerdì scorso hai pagato tu!” soggiunse il signor Mario, estraendo dal portamonete due monete da cinquanta centesimi e due da venti, che conservava gelosamente per l’occasione.
Il signor Mario prese un cappuccino, senza zucchero, che gli venne servito nell’apposito bicchiere di plastica, senza paletta. Gli avevano detto che così il caffè faceva meno male. Il suo amico, il solito ristretto al ginseng.
Fatte due parole sulle partite di calcio del giorno prima, i due rientrarono nei loro rispettivi uffici.
“Olà, vecchio briccone! Pausa pranzo!” disse lo stesso uomo, aprendo la porta dell’ufficio del ragionier Mario. Erano le ore tredici.
Scesi al bar di fronte, il signor Mario chiese il solito toast, prosciutto e formaggio, e una bottiglietta di acqua minerale naturale. Il suo amico un panino farcito, con tutto, e una piccola birra, ai quali aggiunse anche un caffè corretto grappa, che lo aiutava a digerire.
Il signor Mario pagò il suo conto con un biglietto da cinque Euro. Le due monete, rispettivamente da un Euro e da venti centesimi – che erano il resto dei tre Euro e ottanta centesimi costo dello snack – furono poste attentamente nel portamonete per pagare il giornale dell’indomani. Il signor Mario pensò che non aveva bisogno di altre monete; il suo collega avrebbe pagato il caffè del giorno dopo.
Anche se la giornata era grigia i due fecero il solito giro dell’isolato prima di rientrare nei loro rispettivi uffici. L’argomento di conversazione era la sconfitta fuori casa della loro squadra.
“Olà, vecchio briccone! Per oggi è finita!” disse sempre lo stesso uomo, aprendo la porta dell’ufficio del ragionier Mario. Erano le ore diciassette e trenta.
Il signor Mario, riassettò la scrivania, osservando che nella vaschetta di destra erano rimaste quattro fatture che sarebbero finite al di sopra di quelle che la signora Maria avrebbe portato. Ventotto fatture stavano alla sua sinistra, mentre solo due giacevano nella vaschetta alle sue spalle.
Infilato impermeabile, sciarpa e cappello e preso l’ombrello, il signor Mario uscì dall’ufficio con il suo collega e assieme raggiunsero la fermata del tram. Stava cadendo una pioggerellina leggera, secondo il previsto.
Al sopraggiungere del tram del collega, il signor Mario gli disse “A domani, Luigi!”. “A domani, Mario!” rispose Luigi.
Il tram riportò, con percorso inverso, il ragionier Mario a casa. Purtroppo, essendo ormai ora di punta, il signor Mario rimase in piedi quasi tutto il tragitto ad osservare due ragazzi che, seduti, si sbaciucchiavano incuranti di chi li stava a guardare.
Tolto il mazzo di chiavi dalla borsa, dove aveva riposto il giornale, il signor Mario aprì l’uscio. “Chi è?” chiese la signora Pina. “Sono io!” rispose Mario. Non poteva esserci nessun altro; vivevano da sempre da soli in quel appartamento e non avevano avuto figli.
Il signor Mario si recò subito in camera da letto spogliandosi e riponendo gli abiti nel loro armadio. La camicia bianca, che al collo e ai polsi mostrava i segni dello smog cittadino, finì nella cesta della roba sporca.
Un paio di pantaloni e la giacca della tuta da casa. Un paio di comode pianelle e il signor Mario si recò in salotto, dove la moglie stava guardando alla tv il solito  gioco a premi. “Silenzio!” gli disse subito la moglie. “E’ un momento importante!”.
Il signor Mario si sedette nella poltrona sotto la lampada a stelo, che aveva appena acceso. Aprì il giornale, che aveva estratto dalla borsa, e si concentrò sulle notizie sportive, specialmente quelle riguardanti la sconfitta della sua squadra.
Mancava poco alle ore otto e il signor Mario disse “Pina! Tra poco c’è il telegiornale!”. “Va bene! È tutto pronto. Va in cucina e accendi la televisione, che così vedo la finale del gioco” rispose la moglie.
Minestrina in brodo, scaloppine al limone e zucchine lesse mangiarono i coniugi, mentre sfilavano le notizie del TG.
“Come è andata in ufficio?” chiese la signora Pina. “Bene! Bene! Come al solito!” rispose Mario.
Dopo cena Mario e Pina passarono nuovamente in salotto, dove guardarono una puntata di “Chi l’ha visto”, seduti nelle rispettive poltrone.
Alle ore undici, i coniugi spensero rigorosamente la televisione, anche se il programma non era ancora finito, e andarono a dormire.
Mario si lavò i denti e si infilò un pigiama bianco e azzurro a righe, regalo della moglie. La signora Pina, che lo aspettava a letto con una maschera di bellezza verde, un’ampia cuffia di plastica azzurra sulla testa e una camicia da notte con maniche lunghe, bianca a fiorellini, stava leggendo qualche pagina di un romanzo rosa della collana “Harmony”.
“Buona notte!” disse la signora Pina, spegnendo la luce dalla sua parte.
“Buona notte!” disse il signor Mario, spegnendo pure la sua.
“Come è bella la vita!” pensò il signor Mario, prima di addormentarsi..
 
 
Ing. Manlio Moggioli
Senior Consultant
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