“Corsi e ricorsi storici” di Manlio Moggioli


L’ampia sala ha le grandi finestre, a mosaico di vetri colorati, ancora aperte. I raggi del sole entrano obliqui, battendo sul pavimento. Nonostante l’aria mite di fine settembre, che entrando riscalda l’ambiente, quattro bracieri ardono agli angoli della stanza. Le pareti sono dipinte con grandi riquadri, che riproducono verdi alberi e uccelli di variopinti colori. Qualche torrente e qualche animale della foresta arricchiscono il paesaggio. In alto un grosso fregio, con motivi architettonici ripetuti, corre tutto lungo la stanza. Sulla parete di fondo una mappa del mondo conosciuto
Al centro della sala un tavolo di marmo, coperto da un ricco drappo color porpora.
Da un lato del tavolo, seduto su di un trono con due aquile dorate sulla spalliera, un uomo anziano, vicino all’ottantina, siede pensoso. Pochi capelli grigiastri, pettinati in avanti, una faccia scarna, un’ampia toga bianca, che lascia fuoriuscire due braccia scarne.
Dall’altro, una persona di poco più giovane, siede su di uno scanno, tenendo in mano un rotolo di scritti. L’abbigliamento è lo stesso, ma di tono minore.
“Va bene. Rileggi ancora una volta” dice il più anziano.
“Rerum gestarum divi Augusti, quibus orbem terrarum imperio populi Romani subiecit …”
“No! Non dall’inizio! L’abbiamo già rivisto! La sola parte delle province”.
“Gallias et Hispanias provincias, item Germaniam qua includit Oceanus a Gaudibus ad ostium Albis fluminis pacavi, Alpes .. “ sta recitando il lettore, quando una persona, tutta concitata, entra nella stanza e si avvicina al più anziano.
“Cesare Augusto! Un messaggero dalla Germania chiede di essere ricevuto immediatamente. Porta con sé una importante notizia”.
“Che entri!”
“O Divo. Ti porto delle nuove funeste! Qualche giorno prima degli Idi del mese (data non del tutto certa, tra il 9 e l’11 settembre del 9 d.c.), tre legioni, al comando di Publio Quintilio Varo, sono state massacrate in una imboscata. Tra legionari, cavalieri, mercanti, donne e bambini che li seguivano, si stima che i morti siano ben più di ventimila. Varo e i suoi più alti ufficiali, ai quali non restava che la scelta fra la resa e il suicidio, si sono dati la morte sulla propria spada, da nobili Romani”.
“Vai avanti! Voglio tutti i particolari” sussurra l’Imperatore, con un filo di voce.
“Le legioni venivano dall’est (oggi regione del Weser) per puntare verso il fiume Reno e le loro basi invernali. Per accelerare i tempi del trasferimento, il legato imperiale aveva deciso di attraversare una regione boscosa, che non era mai stata teatro di battaglie, dove i genieri non avevano né effettuato deforestazioni né gettato ponti.
Il passaggio attraversava un collo di bottiglia tra delle basse colline e una palude. L’esercito, in fila per sei, e i suoi supporti si sviluppavano per una lunghezza di circa tre miglia (4,5 km).
Al giungere all’ingresso della strettoia, il nostro alleato Arminio e altri principi germanici, che procedevano assieme all’esercito, si staccarono con i loro uomini per raggiungere, a loro dire, le loro tribù per sedare una rivolta, di cui Varo aveva ricevuto notizie.
In effetti, i Germani aggirarono la colonna, che procedeva lentamente nella foresta tra fitti arbusti, paludi, torrenti e specchi d’acqua, e si unirono alle tribù germaniche che aspettavano il passaggio dell’esercito in una angusta depressione paludosa, protetti e nascosti da un terrapieno costruito allo scopo.
Quando l’esercito stava scorrendo e si trovava impastoiato nel terreno sabbioso della palude, luogo stabilito dell’agguato, circa venticinquemila lance vennero scagliate da dietro il terrapieno, nei primi minuti della battaglia.
La resistenza delle legioni e la loro nota capacità di coordinamento vennero annientate. E’ inutile che prosegua. La lotta continuò per circa due giorni nelle paludi, ma invano per noi.
E’ stato un eccidio! Si sono salvati solo duecento cavalieri!
Sappiamo che Arminio, trionfante, ha mostrato al suo esercito la testa recisa di Varo.
I Germani chiamano questo luogo la selva di Teutoburg.”
“Ah! Arminio, traditore! Ah! Germani, traditori!” grida Augusto, balzando in piedi.
“Chiamatemi Tiberio! Voglio che organizzi delle spedizioni punitive e metta a ferro e fuoco tutte le province germaniche. Voglio il Traditore, sua moglie e suo figlio, vivi a Roma”.
“VARO, VARO, RENDIMI LE MIE LEGIONI!”

L’ampia sala ha le grandi finestre chiuse, nonostante siano i primi giorni di settembre. E’ sera e l’aria non è più mite.
Alle pareti quadri di generali a cavallo e battaglie di un tempo, su di una tappezzeria di color grigio. In alto un grosso fregio, con simboli runici ripetuti, corre tutto lungo la stanza. Alla parete di fondo la mappa dell’Europa, con bandierine con numeri romani, infisse qua e là. Grandi lampadari di cristallo illuminano l’ambiente.
Al centro della sala un tavolo dorato dei primi del settecento, coperto da carte, libri, fascicoli.
Da un lato del tavolo, un uomo, che ha superato i cinquanta anni, siede pensoso su di una poltrona di pelle. Capelli scuri, lisci, una faccia volitiva marcata da piccoli baffi rettangolari, indossa una divisa militare con pochi fregi.
Dall’altro, un ufficiale più giovane, tiene sulle ginocchia un pacco di carte.
“Va bene. Vada avanti” dice il più anziano.
“La situazione dai fronti di guerra è preoccupante …”
“No! Questo lo ha già detto! Legga le notizie quotidiane dai fronti, subito dopo quello di Russia”.
“In Italia proseguono i combattimenti nel sud” sta leggendo l’ufficiale, quando una persona entra nella stanza e consegna, riservatamente, un foglietto al più anziano.
“Von Ribbentrop desidera parlarle immediatamente” legge, in silenzio, il più anziano.
“Che entri!”
“Mein Führer! Pessime notizie dall’Italia! Pochi minuti fa la radio italiana ha trasmesso un proclama del generale Badoglio, annunciante la richiesta di armistizio alle truppe alleate, che è stata accolta. Ogni atto di ostilità contro le truppe anglo-americane deve cessare immediatamente da parte delle Forze Armate italiane, in ogni luogo. Esse però devono reagire ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”.
“Ah! Badoglio, traditore! Ah! Italiani, traditori!” grida Hitler, balzando in piedi.
“Chiamatemi Kesserling! Voglio una immediata occupazione di tutta l’Italia e l’annientamento di qualsiasi resistenza delle Forze Armate italiane, ovunque si trovino. Chiamatemi Skorzeny, senza che lo sappia Kesserling. Voglio che Mussolini venga liberato subito dal Gran Sasso e portato a Berlino”.

NOTE:
1. 9 settembre 9 – 8 settembre 1943. Dopo1934 anni la storia si ripete, ma questa volta invertita.


. Arminio (entrato nel mito con il nome germanico di “Hermann” ), capo militare dei Cherusci, alleato dei Romani, fu un loro nemico formidabile, che seppe agire in maniera spregiudicata e fu in grado di coalizzare tribù diverse e ostili tra di loro, fino a tradire gli ex alleati.
Eroe del futuro nazionalismo tedesco, fu immortalato, nell’epoca della formazione del moderno impero prussiano, nel monumento di Detmold – nei pressi della Foresta di Teutoburgo nel Nord Reno – Westfalia. La statua, con la spada puntata verso la Francia, è monito del valore tedesco per i popoli latini. Sigfrido, eroe del Canto dei Nibelunghi, è una trasfigurazione leggendaria di Arminio. Si pensa che Arminio fosse un soprannome, “l’Armeno”, guadagnato in una campagna militare, ma che il vero nome potrebbe essere stato Segifridhuz. Anche Sigfrido fu allattato da una cerva e Arminio era Principe dei Cherusci,“il popolo dei cervi”.

. Tiberio, condusse in persona le prime operazioni militari in Germania, e incaricò, una volta imperatore, il figlio adottivo Germanico di compiere tre spedizioni punitive che, nel giro di dieci anni, chiusero la falla che si era aperta nel sistema militare romano, dopo la sconfitta di Teutoburgo.
Arminio non cadde mai nelle mani dei Romani, perché venne ucciso durante lotte fratricide tra le tribù locali.
Tusnelda, moglie di Arminio, che lo aveva sposato contro la volontà del padre, fu consegnata da quest’ultimo ai Romani e condotta prigioniera a Roma da Germanico (17 d.c.).
Tumelico, figlio di Arminio, fu tenuto prigioniero in ostaggio a Roma e venne educato da gladiatore. Secondo alcune fonti morì a Ravenna nell’arena.
La sconfitta di Varo mise fine all’espansione romana in Germania e le circostanze in cui avvenne rappresentarono un monito per chiunque si considerasse invincibile.
4. Delle vicende dell’8 settembre 1943 e di quelle tragiche successive, di cui stiamo ancora soffrendo ai giorni nostri, non c’è bisogno di aggiungere altri particolari per rafforzare la similitudine dei due fatti storici.

Ing. Manlio Moggioli
Senior Consultant

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