La storia nascosta “racconto di viaggio di Manlio Moggioli”


ing. Manlio Moggioli                                                

Más sabe el diablo por viejo

 que por diablo                                                                                    (proverbio cileno)

La storia nascosta

Lo sferragliare dei carri armati per le vie della città fece abbassare la tensione esistente. La battaglia mediatica dei giorni precedenti ebbe fine. La televisione e le radio interruppero di colpo le loro trasmissioni, dopo aver diffuso l’ultimo appello del Presidente al popolo.

I negozi chiusero le saracinesche e la gente si ritirò rapidamente in casa. I trasporti urbani sospesero il servizio. Un gran silenzio avvolse la capitale.

Anche Enrique Morales rientrò a casa, dopo aver fatto scorta di latte e empanadas e, per il momento, non si preoccupò di quello che stava succedendo.

Aprì un libro per cercare di studiare qualcosa, ma subito lo richiuse. “La sociologia del pueblo”. Era l’esame più difficile che doveva affrontare.

Sentiva freddo nella soffitta, dove viveva. Una stanzetta e un bagno ricavati nel sottotetto spiovente di uno stanzone, archivio dei documenti del notaio del primo piano, che gliel’aveva affittata. Un tavolo con due sedie, una brandina con uno sgangherato armadio, un mobiletto da cucina con sopra un fornello elettrico erano l’arredamento della stanzetta. Nel bagno, diviso dalla stanzetta da una tenda, un water e un lavandino. Una lampadina appesa a un filo. Alla parete, la foto ritratto del “Che”. Libri e libri, appoggiati per terra.

I raggi del sole di una primavera prematura filtravano diagonali nella stanza, attraverso il vetro sporco di un abbaino, che lasciava intravvedere il solo cielo.

Era l’11settembre 1973.

All’improvviso si sentì il rumore di un elicottero che si avvicinava, seguito da quello di un gruppo di aerei che sorvolava la città, a bassa quota.

Enrique corse sotto l’abbaino, ma non vide nulla.

Poi, mentre il rumore dell’elicottero stazionava, gli aerei sorvolarono più volte la zona, passando sopra la testa di Enrique.

Dei sibili, seguiti da forti scoppi, fecero tremare la soffitta di Enrique ed egli si gettò a terra, preso dallo spavento.

Bombe, sganciate dagli aerei, avevano colpito il vicino Palazzo Presidenziale, la Moneda.

Ci fu un gran silenzio, subito dopo rotto dal crepitio di fucili mitragliatori e da colpi isolati di pistola.

Enrique rimaneva a terra, coperto dalla polvere e da qualche calcinaccio che si era staccato dal vetusto soffitto.

Passata una mezz’ora di silenzio, dopo che Enrique si era messo cautamente in piedi, la radio, che era stata dimenticata accesa, incominciò nuovamente a gracchiare e una voce annunciò con tono stentoreo:

“Salvador Allende è morto! Il codardo si è suicidato all’arrivo, nel suo studio, delle forze militari di liberazione. Io, generale Augusto Pinochet, Comandante in Capo di tutte le Forze Armate, prendo in mio possesso, in nome e per conto della Giunta Militare che presiedo, tutti i poteri costituzionali vigenti. E’ stato immediatamente imposto un coprifuoco nel distretto di Santiago, dalle diciotto di oggi alle sette di domani mattina. I cittadini rimangano chiusi nelle loro case. Que viva Chile!”.

Enrique Morales aveva incontrato Salvador Allende all’inizio dell’anno, quando aveva visitato la Moneda. Egli, assieme a due suoi colleghi, era stato ricevuto in rappresentanza del gruppo universitario di sinistra “Unidos para el Progreso”, che aveva deciso di trascorrere il periodo di chiusura estiva dell’università, a Cuba, nastri con i colori delle bandiere cilena e cubana. ospite del Governo locale. Il Presidente Allende inviava a “su hermano, el Comandante Supremo Fidel”, un paio di speroni di argento legati tra di loro da due

Fidel Castro stesso aveva ricevuto gli studenti, in un cocktail di benvenuto, spiegando i legami di fratellanza tra i due Paesi, rafforzati dal fatto che Cuba stava inviando migliaia di consulenti nel paese andino, per aiutarlo a liberarsi dalla sottomissione alle potenze occidentali e a marciare assieme verso il socialismo.

Enrique aveva visitato tutto le istituzioni dell’isola, rimanendo fortemente impressionato dai progressi sociali del Paese. Egli non poteva dimenticare che, quando aveva visitato una piantagione di canna da zucchero, i lavoratori, felici, tagliavano le canne al canto dell’Internazionale.

Enrique aveva fatto amicizia con molte persone a Cuba, con le quali continuava a intrattenere una viva corrispondenza. A Santiago si incontrava, di tanto in tanto,  con qualcuno dei consulenti che erano venuti in Cile con lo stesso aereo governativo, che aveva riportato a casa gli studenti da Cuba. Dicevano di essere medici, veterinari, allenatori sportivi, tecnici agrari, ma, in effetti, Enrique non aveva mai capito dove lavorassero e cosa facessero.

Ora Allende non c’era più e Enrique si sentiva terribilmente solo.

D’altra parte, pensava, era logico che dovesse finire così. Il Paese era ormai alla rovina. Si trovava poco o niente da mangiare e la svalutazione del peso erodeva qualunque fonte di reddito. L’unica cosa che funzionava era la borsa nera, per coloro che avevano come pagare.

La presenza silenziosa dei cubani si sentiva sempre più forte nel nuovo modello di Governo e anche tra loro, studenti comunisti, incominciava a serpeggiare il malcontento. Si diceva che Allende non cercava la via al “socialismo”, ma quella al “castrismo”.

Perfino a capo del gruppo di protezione al Presidente – formato da settanta cubani e cinquanta cileni addestrati a Cuba – c’era un cubano, Patricio de la Guardia.

Allende, sempre più solo e idealista, si andava staccando da quelli che erano i bisogni del pueblo. Il sistema cubano non funzionava in Cile. Solo Allende e pochi altri ci credevano ancora e guardavano a Cuba come faro di progresso.   

Enrique si riprese subito dai suoi pensieri e decise che doveva abbandonare quanto prima Santiago. Sicuramente i Servizi Segreti militari avevano in vista il suo nominativo e con i militari non si scherzava.

Suo zio Miguel, fratello di sua madre, aveva un grosso podere al sud, luogo lontano e sicuro. Enrique aveva vissuto là, da ragazzo, quando era rimasto orfano di entrambe i genitori, periti in un incidente di macchina.

Miguel aveva ereditato il podere dalla famiglia di indigeni Mapuche, da cui proveniva e lo coltivava con buoni risultati. Lo zio, dopo che Enrique aveva espresso la volontà di laurearsi in sociologia, aveva continuato a prendersi cura del nipote e lo manteneva agli studi a Santiago, inviandogli di tanto in tanto del denaro. Enrique compensava, quanto mancava per il minimo necessario, con borse di studio per i meno abbienti, un piccolo stipendio per i suoi incarichi nel Gruppo “Unidos para el Progreso e il volantinaggio che faceva in favore di tutti gli eventi promossi dalla sinistra.

Il viaggio era lungo, ma arrivato là nessuno lo avrebbe disturbato e, inoltre, il confine argentino non era molto distante. Lo zio intratteneva relazioni con dei parenti Mapuche, che vivevano dall’altra parte, con i quali faceva dei traffici di cavalli, non del tutto leciti. I Mapuche erano famosi ladri di cavalli fin dal tempo della conquista spagnola.

Enrique valutò che il mezzo più pronto per uscire dalla città era il treno. C’era, tutti i giorni, un treno che, partendo alle 19.30 da Santiago, lo avrebbe portato seicento settanta chilometri a sud, a Temuco. Dodici ore di viaggio notturno, che nessuno avrebbe sorvegliato. Inoltre a Temuco c’erano dei parenti di sua madre, che lo avrebbero aiutato a proseguire. Sarebbe così arrivato a circa due terzi della strada per Puerto Montt, dove avrebbe avuto possibilità di imbarcarsi verso la Patagonia.

Aspettò che si avvicinasse la sera e dopo aver preparato un piccolo zaino con la roba, che gli avrebbe servito per il viaggio, Enrique raggiunse rapidamente la Stazione Centrale, che non distava molto da casa sua.

Mescolato a degli indios contadini che rientravano a casa dopo aver portato in città i loro prodotti, riuscì a comperare il biglietto senza che nessuno lo fermasse o lo interrogasse. D’altra parte, il poncho che indossava e un cappellaccio, assieme al colorito della pelle, non lo differenziavano molto dai suoi futuri compagni di viaggio.

Poiché mancava del tempo per la partenza uscì dalla stazione e si diresse al vicino Mercado Central, dove si mescolò alla gente che cercava di comperare qualcosa prima di rinchiudersi in casa. Purtroppo i banchi erano semivuoti e i tanti ristorantini tipici, al suo interno, avevano da tempo chiuso i battenti.

Il treno partì puntualissimo, alle 19.30. Una vecchia locomotiva a carbone – il gasolio scarseggiava nel Paese – e sei vagoni, uno dei quali trasportava merci.

Gli ultimi tre vagoni di Terza Classe erano attrezzati con due lunghe panche di legno, da cima a fondo. Il riscaldamento non funzionava.

Quando Enrique arrivò al treno, gli indios si erano già distesi sulle panche ed egli dovette faticare un poco per sistemarsi per la notte. Lo zaino sotto la testa, avvolto nel poncho, con il cappellaccio calato su gli occhi, si addormentò che il treno non era neanche ancora uscito da Santiago.

Nessun controllo lo disturbò e fece tutto un sonno fino al mattino dopo, all’arrivo a Temuco. 

Durante il viaggio i contadini discussero per molte ore su gli avvenimenti a cui avevano partecipato, ma Enrique non li sentì. Le storie che raccontavano avrebbero fatto la felicità di Luis Sepúlveda, come spunti per i suoi racconti.

Uscito dalla Stazione nella città semi addormentata e attonita di quanto accaduto il giorno precedente, non fu difficile per Enrique trovare la casa dei parenti. La poca gente per strada aiutava volentieri un forestiero, un po’ malandato, che cercava i suoi famigliari.

Il cugino della madre lo accolse a braccia aperte e, conosciuti i suoi intenti, si mise subito alla ricerca per organizzare un passaggio verso Puerto Montt.

La sera stessa Enrique, nascosto in un camion che trasportava maiali, proseguì il suo viaggio. Oltre a tutto, i parenti non erano troppo contenti di tenere un sovversivo in casa.

Faceva freddo la notte, ma il calore degli animali e, soprattutto, il loro puzzo tennero bene sveglio Enrique.

Il camion superò agevolmente i trecento quaranta chilometri che lo dividevano dalla mèta e i quattro o cinque posti di blocco si aprirono per  lasciar passare velocemente l’automezzo, senza difficoltà. I giovani militari volevano liberarsi rapidamente dalla puzza, per  tornare a dormicchiare fino al passaggio del prossimo dei pochi veicoli che circolavano la notte.

Sceso a los Mercados Generales, Enrique ringraziò l’autista e si diresse rapidamente verso il porto. La motonave per Chaiten partiva dopo alcune ore.

La gente si scostava al suo passaggio e anche nessuno dei tanti carabineros de ronda lo fermò, anzi qualcuno lo fece passare con ampio gesto della mano e un sorrisetto.

Tuttavia Enrique, arrivato al Terminal passeggeri, notò subito che la musica era cambiata. La Polizia Militare, che egli riconobbe dal colore delle divise, controllava attentamente i documenti di chi intendeva imbarcarsi.

Ritornato ai Mercados Generales, l’autista di Temuco, che Enrique cercò e incontrò nuovamente, gli organizzò facilmente un passaggio per l’isola di Chiloe, con lo stesso sistema. Uno dei più stretti collaboratori di Enrique nel gruppo universitario “Unidos para el Progreso” si trovava attualmente a casa, a Castro, e là Enrique avrebbe trovato ospitalità  e rifugio.

I militari che controllavano il ferry tra Pargua e l’isola, poco si interessarono del camion e delle due autovetture che si imbarcarono sull’ultimo trasbordo della giornata. Erano le quattro del pomeriggio e la mensa chiudeva alle cinque.    

I cento venti chilometri, che separavano l’approdo del traghetto da Castro, furono superati senza difficoltà, in poco più di tre ore, e Enrique arrivò a casa dell’amico prima di cena.

Carlos Hinrichsen, studente di sociologia come Enrique, discendeva da una famiglia di immigrati germanici, che si era trasferita in Cile dalla madre patria, nella seconda metà dell’ottocento.

Nel 1860 e negli anni successivi, il Cile aveva incorporato nello Stato i territori a sud del fiume Bio-Bio, confine concordato tra il territorio nazionale e le zone abitate dai Mapuche. Per facilitare l’espansione nei territori a sud di Temuco, controllati dagli indios che dalla conquista spagnola avevano avversato duramente i conquistadores il Governo aveva stabilito dei titoli di proprietà sulle terre, con diritto allo sfratto dei Mapuche residenti. Agli Europei, che accettavano di risiedere, venivano offerti ampi terreni da coltivare, legname per costruire una casa e forti agevolazioni fiscali.

La famiglia di Carlos si era poi trasferita, durante il ventesimo secolo, da vicino Puerto Varas all’isola di Chiloe e, con il tempo, da contadini si erano tramutati in pescatori. Gestivano due pescherecci che, con la scarsità di cibo che c’era nel Paese, fruttavano bene.

Carlos accolse il suo amico con gioia e così i suoi genitori, che avevano conosciuto  Enrique, durante una sua vacanza trascorsa nell’isola.

Enrique raccontò i recenti fatti di Santiago e il padre di Carlos – noto esponente locale della coalizione di Governo, Unidad popular riferì che nel partito già si diceva che Allende non si era suicidato, ma era stato liquidato con una raffica di mitra da Patricio de la Guardia, per ordine di Fidel Castro.

Allende aveva confessato al suo addetto stampa, Augustin Olivares, che, in vista del colpo di Stato imminente, intendeva rifugiarsi nell’Ambasciata di Svezia. Olivares, uomo corrotto, aveva informato il Capo dei Servizi Segreti cubani a Santiago, Piñeiro, il quale, a sua volta, aveva messo al corrente lo stesso Fidel. Il Comandante Supremo, non ammettendo che un Capo di Stato socialista si mostrasse così pavido, aveva dato ordine all’uomo, che aveva messo a fianco di Allende, di suicidarlo.

I cubani, infatti, dopo il tentativo di colpo di stato militare del 29 giugno, non avevano più fiducia in Allende e Castro e Piñeiro stesso pensavano a una successione forzata alle sue spalle.

Dopo l’attacco finale a La Moneda, Patricio de la Guardia si era rifugiato, assieme ad altri cubani, nella vicina Ambasciata del suo Paese, mentre Augustin Olivares, terrorizzato e preso da sconforto, si era sparato a una tempia.

In previsione di tempi duri per la loro ideologia, la famiglia di Carlos decise che Carlos si sarebbe unito a Enrique nel suo viaggio verso il rifugio dello zio.

La sera dopo, il padre di Carlos tornò a casa dicendo che aveva organizzato in modo che il suo peschereccio avrebbe trasbordato i due transfughi in mare su altro peschereccio di un amico, che li avrebbe fatti sbarcare in continente, nel porto della città di Chaiten. Da là non sarebbe stato difficile raggiungere la mèta dei due giovani.

Il generale Pinochet aveva chiuso le frontiere e le forze armate e i carabineros, con una morsa che partiva dai deserti del nord e dai ghiacciai del sud, stava rastrellando passo a passo tutto il Paese, alla ricerca di persone pericolose per il suo regime.

In particolare, Pinochet aveva dato ordine di scovare le migliaia di “consulenti” cubani, che Castro aveva inviato in Cile. Si era saputo che, pochi giorni prima del colpo di Stato, quando la situazione per Allende stava precipitando, una nave aveva rimpatriato, dal porto di Valparaiso, tremila “consulenti minerari”. Ma molti erano rimasti abbandonati nel Paese

Il trasbordo avvenne nottetempo e i due giovani scesero a terra, il mattino di buonora, mescolandosi ai pescatori che sbarcavano il frutto della loro pesca.

L’amico del papà di Carlos aveva già organizzato il trasporto su di un camioncino che si dirigeva verso sud, con derrate alimentari.

Dopo una ottantina di chilometri, al bivio con la strada per Futaleutù, al confine con l’Argentina, Enrique e Carlos dovettero scendere, in quanto la loro strada proseguiva verso quella città.

Al bivio stazionavano tre persone che si presentarono come sportivi, ingaggiati dalle squadre di pallacanestro e pallavolo di Chaiten. Anch’essi andavano verso Futaleutù. Non dissero altro, se non che aspettavano l’occasione per un passaggio.

Enrique e Carlos compresero subito, sia dalla parlata, sia dall’altezza dei tre rispetto alla media cilena e dal colore della pelle, che erano cubani.

Enrique propose di togliersi dal bivio e di fare un pezzo di strada assieme, magari per stradine secondarie.

Avevano fatto solamente qualche chilometro, tra piantagioni di frutta, che udirono un latrato di cani e uno dei tre cubani, salito su di un traliccio elettrico, vide dei militari, allineati a distanza regolare, che si avvicinavano provenendo da sud.

Non c’era niente da fare e i cinque decisero di anticipare l’incontro, dirigendosi verso i militari.

Fermati, venne chiesto subito loro i documenti. I tre dissero che li avevano lasciati a Chaiten, per cui il capo del gruppo, un capitano, venne convocato sul posto, immediatamente per radio.

Enrique e Carlos presentarono le loro carte di identità.

Allo stringente interrogatorio del Capitano, i due cileni risposero dove erano diretti, lo scopo era quello di aiutare lo zio di Enrique nella vendemmia. I tre cubani, non nascosero la loro nazionalità – che tra l’altro era palese – e non fecero altro che ripetere la storia degli ingaggi sportivi e di aver lasciato i documenti a Chaiten.

Il Capitano si allontanò dal gruppo e parlò, poco distante, a lungo per radio, rimanendo poi pensoso.

“Tu, Morales, e tu, Hinrichsen, sarete portati a Santiago per accertamenti. Los tres son cubanos indocumentados. Rimarranno qui con noi” annunciò il Capitano al suo ritorno. 

Il Capitano parlò ancora una volta per radio e poco dopo arrivò, sulla stradina che costeggiava il meleto, un camion verde con le insegne dell’esercito, che trascinava un furgone gommato, in lamiera metallica dello stesso colore, con delle piccole finestre alte, con grate.

Un militare aprì la porta posteriore, chiusa da un grosso lucchetto, e fece cenno ai due cileni di entrare.

Fu allora che Enrique udì il crepitio della mitragliatrice.    

 

Note:

.             Racconto scritto sulla base di libri e di giornali letti e narrazioni raccolte tra amici cileni, durante il periodo di permanenza dell’Autore in Cile (2003/04), per ragioni di lavoro.

.             Il colpo di Stato del 29 giugno 1973 fallì in quanto i reggimenti militari di Santiago non vi parteciparono. Della confusione di quel giorno si racconta che i carri armati, rimasti senza carburante, si rifornirono a una stazione di servizio (tra l’altro, carburante mai pagato) oppure che le forze militari contrastanti obbligavano i carri armati a fermarsi ai semafori rossi.             
Il colpo di Stato del 11settembre ebbe successo in quanto tutte le Forze Armate vi parteciparono compatte. 

.             Il rapporto della “Commissione Nazionale per la Verità e la Conciliazione”, voluta nel 1990 dal Cile democratico (rapporto Retting), ha stabilito che delle 3.550 denunce ricevute, 2.279 riguardavano effettivamente le vittime della repressione:  2.115 (desaparecidos) e 164  vittime della violenza politica.             
Alle famiglie dei riconosciuti “desaparecidos”, lo Stato oggi sta pagando una pensione vitalizia di circa 200 USD/mese (stimata nel 1990) e ha pagato un compenso, una tantum, di 5.000 USD.

.             Delle migliaia di cubani “indocumentados”, scomparsi durante le retate delle forze armate, non ne parla quasi nessuno.

.             Ai “consulenti” cubani, che oggi sono entrati e entrano in Venezuela, il Presidente Chavez ha stabilito che venga data la cittadinanza e documenti di identità venezuelani.

Ing. Manlio Moggioli
Senior Consultant

 

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