‘Les Fleurs Du Mal’


” Il Diavolo regge i fili che ci muovono! Gli oggetti ripugnanti ci affascinano; ogni giorno discendiamo di un passo verso l’inferno, senza provare orrore, attraversando tenebre mefitiche. ” (estratto di ‘Al Lettore’ – da ‘Les Fleurs Du Mal’) Ogni qual volta si accenna ai poeti maledetti o al movimento letterario del decadentismo la mente porta alla luce immediatamente il nome di Charles Baudelaire e con esso richiama la sua opera immortale: ‘Les Fleurs Du Mal’. Il termine maledetto, in realtà improprio ed adottato quasi in segno di compiacimento da Verlaine per indicare un gruppo di poeti (Tristan Corbière, Arthur Rimbaud, Stèphane Mallarmé, Marceline Desbordes-Valmore, Villers De L’Isle Adam e se stesso con lo pseudonimo di Paure Lelian) che stravolgerà la poesia influenzando la poetica del novecento (Mallarmé sarà il massimo esponente del simbolismo) e a cui lo stesso Verlaine dedicherà un libro dal titolo Les Poètes Maudits, non venne riferito all’inizio a Baudelaire. Alla stessa maniera vennero lasciati fuori da questo elenco autori che avrebbero a ragione meritato l’appellativo di ‘maledetto’ (per poetica a per condotta di vita) quali Lautreamont, Cros, Noveau e Laforgue. Oggigiorno è consuetudine pensare a Baudelaire quale poeta maledetto per eccellenza in quanto la sua opera influenzò notevolmente la generazione futura di poeti ribelli. Perché dunque maledetti? Maledetti perché si opponevano al conformismo borghese della società che li aveva partoriti, alla quale replicavano non solo poeticamente, ma anche attraverso la propria condotta morale, infrangendo convenzioni letterarie e non. La loro esistenza è un’accusa manifesta alla città moderna, industriale e capitalistica (per capire appieno la poetica è necessario essere coscienti dei mutamenti socio-politici nei quali il poeta è immerso) e alla perdita di valori, che si traduce in una ricerca dell’Ideale da parte del Poeta. Il rapporto disumanizzato, figlio della società capitalistica, conduce l’uomo ad una profonda solitudine e sofferenza, che il poeta rende manifesta, universalizzando la propria soggettività. Spettri si materializzano come simboli, e non possono essere esorcizzati tramite versi. Perduto il paradiso naturale si fa ricorso così a paradisi artificiali, affondando nel vizio dell’alcol, del sesso, della droga; eccessi esplorati da Baudelaire negli scritti de “I paradisi artificiali” (1851), sul vino e sull’hascish come mezzi di moltiplicazione dell’individualità. Un’esistenza che è negazione della vita stessa, ma che in realtà nasconde un profondo appello alle coscienze sorde e disumanizzate della società, persa nella meccanizzazione e nel profitto. L’eccesso come manifesto, ribellione al moralismo e all’ipocrisia delle persone. La disarmonia e l’eccesso divengono i temi prediletti, come il brutto, perché è nell’orrore e nella distorsione che l’umanità vive, schiava della povertà, dell’ignoranza causate dalle distorsioni sociali. E così il decadentismo, termine dispregiativo con cui venne tacciato il movimento letterario (la cui consacrazione avvenne con questo articolo, redatto nel 1886 da Anatole Baju) dall’ordine borghese, e successivamente adottato con orgoglio dagli stessi artisti ‘decadenti’ per farsi beffe dei loro dispregiatori, diviene in realtà un inno all’uomo e ricerca di valori più profondi, ormai sommersi sotto cumuli di metallo ed ipocrisia. La città in cui Baudelaire vive i propri tormenti è Parigi, la sua amata/odiata Parigi, teatro di mutamenti profondi, che lo attraggono e allo stesso tempo gli provocano repulsione, e della quale il poeta sottolinea con maestria luci ed ombre. Parigi messa a nudo nel suo splendore e nelle sue oscenità assurge a protagonista nell’opera suprema ‘Les Fleurs Du Mal’, sotto vesti poetiche, e nel volume ‘Le Spleen de Paris’, rivestendosi di suggestioni prosaiche. Da più parti ‘Les Fleurs Du Mal’ è stato definito il libro degli angeli caduti, così come lo stesso autore è stato visto come nient’altro che l’incarnazione di un angelo ribelle. Ma nella sua struttura organica (La prima edizione è del 1857. Il libro venne processato per immoralità, l’editore, Poulet-Malassis, fu costretto a sopprimere sei poesie e Baudelaire stesso subì un processo. A questa edizione verranno ad aggiungersi più di una trentina di nuovi testi, sino a quella del 1861) compaiono molteplici ossessioni e figure nella metropoli dannata: spettri, vampiri, maschere, invocazioni a Satana (si vedano per esempio poesie quali ‘Il Vampiro’, ‘La maschera’, ‘Un fantasma’, ‘Lo spettro’, ‘Danza Macabra’, ‘Le litanie di Satana’, e molte altre…) quali simboli ed emblemi del degrado e malessere dell’uomo, che si rifugia nelle illusioni del vino e del sesso, esattamente come farà l’uomo Charles Baudelaire nella propria esistenza terrena. ” Poi ch’ella ebbe succhiato tutto il midollo delle mie ossa, mi volsi languidamente verso di lei per darle un ultimo bacio, ma non vidi più che un otre viscido e marcescente! ” (estratto da ‘Le Metamorfosi del vampiro’ – ‘Les Fleurs Du Mal’) E se i temi sono scandalosi, eccessivi, meravigliosi e rivoluzionari, a questi si contrappone una sorta di antitesi formale: la metrica usata è tradizionale e si fonda sull’uso costante del verso alessandrino. Eppure l’uso magistrale di ossimori, antitesi e figure retoriche creano una tensione costante, palpabile, in grado di animare e nobilitare le figure e le creature evocate. Ma l’unico modo di comprendere ‘Les Fleurs Du Mal’ e la poetica Baudeleriana è immergersi nelle poesie che lo compongono, vivendo il crepuscolo di cui sono rivestite. ” E’ la noia! – l’occhio gravato da una lacrima involontaria, sogna patiboli fumando la sua pipa. Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato, – tu ipocrita lettore, – mio simile – mio fratello!”

(da ‘Al Lettore’ – ‘ Les Fleurs Du Mal’)

fonte:

http://www.ilcancello.com/

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