FORMICHE


 Il sole non era più così brillante come lo era stato tutto il giorno, quando era a picco. La fascia all’orizzonte della sabbia sollevata dall’harmattan incominciava ad ingiallirlo. Si appressavano il tramonto e la sera.

Hamir se ne stava ancora acquattato, nascosto nel canneto. Le otarde si erano avvicinate ed avevano incominciato a beccare.

La giornata l’aveva passata lungo il fiume, distendendo e ritirando le reti. Ora aveva infilzato i pesci catturati su di un bastone puntuto e, dopo la pesca, aspettava il frutto della caccia.

Faceva ancora caldo, ma Hamir sapeva che la notte avrebbe portato frescura. Il clima secco e la stagione invernale avrebbero esaltato l’escursione termica.

Immobile nella sua postazione, osservava le otarde mangiare. Non si trattava che di aspettare. Tra non molto, le bacche imbevute nel sidro di miglio avrebbero fatto effetto e sarebbe stato facile catturare gli animali ubriachi.   

Raggiunto lo scopo, Hamir lanciò la rete sopra le otarde, che razzolavano di qua e di là, e quelle catturate le mise in una cesta. Non raccolse più di quattro o cinque. Hamir era un cacciatore avveduto e sapeva che non bisognava cacciare più di quanto era necessario per lui e la sua famiglia.

Predecessore del poi più ben noto Renzo Tramaglino, con le otarde che si battibeccavano nella cesta mentre si avviava di buon passo verso casa, vide suo figlio maggiore venirgli incontro, quasi di corsa. Il Capo del Villaggio aveva radunato il consiglio degli anziani e Hamir era stato invitato ad assistere alla riunione, assieme ad altri.

Dopo aver mangiato, in fretta, un po’ di pesce secco affumicato e qualche pagnottella abbrustolita, Hamir si diresse a rapidi passi verso la grande capanna circolare, che si trovava al centro del villaggio.

Entrato nel locale ampiamente illuminato da fiaccole maleodoranti, Hamir notò che il luogo era quasi pieno e che un  gruppo di persone al centro della capanna discutevano animatamente.

Dopo pochi minuti e dopo che le ultime persone erano entrate nella capanna, il Capo del Villaggio fece un cenno e subito si fece un grande silenzio.

Iniziò a parlare il portavoce del Capo, che, dal tono di come presentava gli argomenti, si capiva che avrebbe sostituito il Capo al momento opportuno. Il Capo rimaneva seduto silente, continuando a masticare delle strane foglie, che poi sputava regolarmente in terra.

Il messaggero del Faraone si era presentato al villaggio, portando la grande notizia che il Faraone voleva rendere merito ai suoi abitanti, per la strenua difesa dell’impero, che essi avevano opposto e opponevano agli etiopici, che, comandati dai loro re guerrieri, insidiavano il territorio egizio e la dinastia.

Memore delle opere scultoree che il villaggio aveva dato nel passato, per la costruzione dei templi lungo il Nilo, il Faraone aveva anche deciso di far loro l’onore di dare ancora una volta un simile contributo, che sarebbe stato messo a far parte dell’ultima opera “faraonica” ( in effetti non disse proprio così )  che il Faraone stava progettando di costruire.

Il messaggero, dopo aver completato il suo giro presso altri paesi dei dintorni, avrebbe visitato nuovamente il villaggio per lasciare i piani dell’opera, che avrebbe dovuto esser consegnata sul luogo della costruzione nel giro di sei mesi.

Dopo qualche secondo di silenzio, scoppiò una animata discussione tra tutti, che non era altro che quella che Hamir aveva sentito alla sua entrata nella capanna.

Dopo che le opere dei faraoni venivano costruite con la più vicina sienite, il prezioso granito del villaggio era andato in disuso e le cave abbandonate … solo per trasportare lungo il fiume il manufatto ci volevano più di due mesi … non c’era più quasi nessuno che sapesse cavare e lavorare la pietra … già molte valide braccia erano state coscritte e avevano abbandonato il villaggio per andare a costruire la nuova opera …

Alla fine, il vecchio Capo, sollevato il bastone del comando, pronunciò poche parole: “Si deve fare! Organizziamoci e il villaggio dimostri le capacità dei suoi uomini!” 

Dopo due giorni, il messaggero del Faraone portò al villaggio i piani promessi e da allora, per Hamir, nominato responsabile della missione, la vita cambiò precipitosamente.

Abbandonò il villaggio, trasferendo subito la sua famiglia nelle vicinanze della cava di granito, dove lo raggiunsero le famiglie dei partecipanti all’impresa, assieme alle loro riserve di granaglie e a tutti gli  animali domestici. I lavoratori dovevano esser alimentati e, quindi, dei gruppetti di cacciatori e pescatori vennero incaricati di provvedere per quanto necessario. Le donne cucinavano e i bambini razzolavano d’intorno all’insediamento provvisorio.

Venne trasportato, in portantina, anche un vecchio cavatore che conservava, nei suoi ricordi del passato, l’esperienza di come si lavorava la pietra. 

Il lavoro venne diviso in tre sezioni: cava, strada verso il fiume e costruzione dell’imbarcazione. Ad esse vennero dedicati tutti gli uomini validi del paese; quelli meno validi furono addetti ai servizi dei lavoratori.

La situazione della cava non era buona, come dice la nota canzone di Celentano. Abbandonata la coltivazione da molti anni, il fronte era collassato ed ora rimaneva nascosto sotto una grossa frana.

Nel rimuovere i massi, due lavoratori rimasero uccisi e molti persero mani e piedi. Tre persone furono morse dai serpenti, nascosti tra le pietre, e scomparvero tra atroci dolori.

Infine, una volta ottenuto il fronte pulito, cinque operai rimasero schiacciati da un grosso blocco di granito, che si staccò da esso.

Serpeggiava il malumore. Tuttavia la volontà ferrea di Hamir e l’incitamento del Capo del Villaggio, rimise tutti a lavorare di gran lena.

Anche nell’accampamento temporaneo vicino alla cava, le cose non andavano meglio. I bambini morivano come mosche, a causa dei disagi e della fonte d’acqua infetta. Questo fatto però non creava malcontento in un paese dove solo il venti per cento dei bambini superava il secondo anno di vita.

Le cose andavano meglio per coloro che preparavano il terreno che avrebbe portato l’opera al fiume e alla barca e per i costruttori della barca stessa. Il lavoro era più semplice e c’era meno tensione.

Dopo circa due mesi, il grosso blocco di granito richiesto venne estratto dalla montagna ed entrarono in azione gli scalpellini, che, a loro volta, lavorarono giorno e notte per dare alla pietra la forma voluta dal Faraone.

Dopo un altro mese e mezzo di duro lavoro sotto la guida preziosa del vecchio esperto, l’opera fu compiuta e il Capo del Villaggio venne a visitarla. Una piccola cerimonia religiosa precedette le operazioni di movimentazione del manufatto e il suo lungo viaggio, verso il nord.

In altre due settimane il blocco granitico venne trasportato all’attracco e messo a bordo della grossa barca, che nel frattempo era stata preparata. Due lavoratori rimasero schiacciati sotto i tronchi, sui quali scorreva il pesante corpo roccioso, ma quasi nessuno se ne accorse, in quanto i loro resti rimasero impastati con la sabbia sottostante.

Iniziò il lungo viaggio lungo il fiume, alla guida di Hamir stesso. La corrente era lenta e sia il vogare dei rematori sia la vela issata sull’albero non miglioravano l’andare.

Ogni tanto delle barche più veloci superavano quella di Hamir, il quale faceva di tutto per non rimanere indietro, ma i loro carichi rocciosi era più piccoli e quindi più leggeri.

Dopo circa due mesi di navigazione, la barca giunse a destinazione, giusto in tempo per non essere in ritardo.

Mancavano due marinai scomparsi nei gorghi delle cateratte, quattro mangiati dai coccodrilli e sette svuotati dalla diarrea.

Il porto era congestionato da centinaia di barche, ma Hamir, recatosi a terra a parlare con i responsabili, ottenne precedenza all’attracco su molti.

L’opera del villaggio ai confini più lontani dell’Impero venne, così, rapidamente scaricata dalla nave e presa in custodia dagli addetti. Sotto tanti ben assestati colpi di frusta, gli schiavi la fecero, a loro volta, scivolare su tronchi fino al deposito, in attesa di esser collocata nella sua  posizione prevista.

Hamir e i suoi vi si accamparono attorno per testimoniare orgogliosamente la loro proprietà, in attesa della prevista visita ispettiva.

Dopo circa una settimana si presentò l’Ingegnere Capo dell’Opera, seguito da una schiera di tecnici, che iniziarono a misurare il manufatto, a saggiarlo e a redigere il rapporto di consegna.

Hamir venne fatto avvicinare per stare all’ombra sotto il baldacchino dell’Ingegnere, il quale, una volta ricevuto il rapporto, lo lesse con voce stentorea.

“Parallelepipedo di granito rosa di prima qualità, a grana fine, senza macchie, perfettamente squadrato, con facce lucidate al quarzo, corrispondente alle dimensioni  richieste di quattordici cubiti per sette per cinque. Blocco numero 24 di 230.052 totali. Si conferma l’assegnazione prevista al primo strato, secondo anello a partire dal centro”.

“Bravi! Complimenti!” aggiunse l’Ingegnere. “Il Faraone Cheope sarà orgoglioso di voi.”

       

 

Ing. Manlio Moggioli
Senior Consultant

  

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