tra storia e sogno


Maurìce Borgés amava l’Italia, Roma in particolare e nel 1913 acquistò Villa Madama, scaduta ormai al livello di  proprietà agricola ed in rovina e ne affidò il restauro a Marcello Piacentini, architetto dell’epoca dalla vastissima attività edilizia.

Terminati i lavori di ristrutturazione Maurìce lasciò Tolosa, sua città natale, e si trasferì in villa con rinnovato entusiasmo e con l’intenzione di trascorrervi un lungo periodo.

Quell’anno, era la primavera del 1915, già da otto mesi era in atto “la grande guerra”, ma soltanto allora l’Italia entrò in conflitto contro l’Austria.

I sogni del giovane ingegnere francese si infransero, la guerra entrava così anche nella sua vita travolgendo il mondo ottocentesco e decretando quindi la “fine di un mondo” del quale lui si sentiva parte integrante e al quale non riusciva moralmente a rinunciare.

Si rinchiuse in se stesso e si dedicò interamente ad una vita assolutamente appartata e riservata in cui presero il sopravvento i sogni.

Una notte, girovagando assorto nei suoi pensieri per le ampie sale di Villa Madama, gli sembrò di scorgere la sagoma di una giovane donna che lo invitava ad avvicinarsi.

Avanzò con cautela verso di lei e lei gli parlò. Disse che viveva lì ormai da moltissimi anni, che lo aveva osservato in silenzio, senza farsi vedere, e aveva intuito il suo tormento, la sua depressione. Lo invitò quindi a riprendere la sua vita sociale perché era tempo che questo accadesse.

Pur nella consapevolezza dell’irrealtà di quello che  stava vivendo non riusciva ad allontanarsi da lei e continuò ad ascoltarla completamente soggiogato e trascinato dal tono suadente della sua voce.

Trascorsero così un’intera notte insieme. Ella gli disse che era rimasta vedova giovanissima e per ben due volte, e quindi conosceva per esperienza diretta la solitudine ed il dolore, gli disse ancora che aveva sopportato il peso di cariche troppo impegnative e onerose per la sua età e la sua esperienza a causa della sua posizione sociale.

Maurìce rimase affascinato da quella strana ed affascinante creatura e non riuscì a lasciarla fino a quando, era ormai quasi giorno, lei non si congedò per andare a riposare.

Avrebbe voluto fermarla, intrattenersi ancora con lei, ma non osò. La mattina successiva la cercò ovunque, ma senza successo. Provò ancora durante la notte aggirandosi per la casa e sussultando ad ogni colpo di vento. Era stravolto, voleva ritrovare la donna, sentiva la sua mente oscillare appesa ad un filo.

Passarono giorni in cui non ebbe pace fino a quando, stremato, non decise di desistere e cercare di capire ripensando con calma all’accaduto.

Dopo una lunghissima ed attenta riflessione capì che si era trattato soltanto di un sogno o forse di una visione, di un’immagine evocata inconsapevolmente a difesa della sua incolumità mentale, della sua solitudine ormai divenuta insostenibile.

Capì che la donna con la quale si era intrattenuto per un’intera notte altri non era che Margherita d’Austria, morta nel lontano 1530 e dalla quale aveva preso il nome la villa che ora gli apparteneva, venuta miracolosamente in suo aiuto.



Libera “interpretazione allucinatoria”

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