fogli della domenica


 

Queste sono le domeniche delle mele: raccoglierle, sbucciarle, cuocerle per le composte, le confetture.Subito dopo verranno le domeniche della legna da preparare per il camino e intanto sarà tornato il buio di pomeriggio. In questi giorni larghi in cui si mette da parte qualcosa per l’inverno, rileggo i fogli dei racconti scritti da mio padre. Li batteva a macchina a vista persa, pescando a memoria sui tasti. Quando ci chiedeva di leggerli non riuscivamo a finire una pagina per tutto il ridere degli sbagli. Formano sullo scaffale una mezza colonna di varie cartelle colorate.

Riparto dai primi racconti, pieni di vicende che chiamavo a intreccio di canestro e lui, per diminuirli ancora, li diceva: da impagliasedie. “Le storie servono per sedersi,” era una sua frase. Molte sono ambientate nella Napoli del primo Ottocento, con serve bellissime, avventurieri inglesi, pittori di corte e delitti d’amore sul tufo di Posillipo.C’è un romanzo epistolare composto di lettere anonime, ci sono strozzini, orfani e maltrattate eroine di nome Clelia, Marzia, Ernestina. Sbrigliava a tutta festa ritagli e dettagli della sua passione per i documenti dell’epoca. Conosceva dinastie familiari con la precisione con cui ricostruì e scrisse la sua regalandola a tutti i nipoti. Leggo le sue storie squillanti, tirate via in fretta per puro slancio di correre dietro all’invenzione finché fioriva. Non gli importava il frutto, il valore finale, solo il fiore contava.
Dell’anno in cui abitammo di nuovo insieme mi mancano i molti saluti che ci scambiavamo ogni giorno. Cominciavamo al mattino presto: alla mia sveglia delle cinque e trenta lo trovavo già in piedi.
Poi all’uscire di casa, al rientro, all’ora della sua passeggiata e al congedo per la notte: quanti saluti, indispensabili, finiti. L’ultimo gliel’ ho detto a cuore appena fermo e sono sicuro che ha potuto sentirlo.
Mi accorgo solo adesso, rileggendoli, che i racconti sono pieni di saluti.
Sono tre anni che il suo corpo s’asciuga in un cimitero di paese, a poca strada dalla nostra casa dei meli e dei pioppi. Sul suo metro ho messo un rosmarino che è cresciuto con impeto. Devo scorciare i rami per non invadere il metro degli altri, ma, sotto, le sue radici non danno ombra a nessuno e sono libere. Ormai saranno arrivate a stringere le sue dita, a forzare la scatola magica del suo sorriso.
Intreccio a canestro le mani intorno ai rami verdi, cupi, profumati e posso sentire, oltre le foglie e il buio che ci separa, la forma delicata del suo cranio.

ERRI DE LUCA                                                                      

Be Sociable, Share!