La Santa Messa domenicale a Juba


Ho avuto l’occasione di partecipare, o meglio di essere “invitato”, a una Messa domenicale, nella Chiesa della “Sacra Famiglia” di Juba. “Invitato” in  quanto, essendo una messa con parrocchiani solo neri, noi bianchi dovemmo chiedere al Parroco il previo permesso di assistere, da cui l’invito della comunità.

La Messa era prevista per le ore 11.00, ma a causa del traffico (incredibile a Juba, ma vero)  arrivammo con circa un quarto d’ora di ritardo. Questo non preoccupò il sacerdote e i fedeli che ci aspettarono, cantando.

In una zona, neanche tanto periferica della città, costituita tutta da tukuls, la chiesa era un edificio in muratura di circa 10 m x 30 m, con piccole finestre laterali e tetto in paglia.

Fuori della chiesa, sotto una tettoia con simile tetto in paglia, circa 150 persone assistevano alla Messa sedute su panche all’ombra, ascoltando quanto si celebrava dentro, attraverso un altoparlante. Dentro, sempre su panche in legno, c’erano persone fino a stipare  l’ambiente. Tutte vestite con eleganza, che potremmo dire con gli abiti della festa. Qualche uomo era anche in giacca e cravatta, anche se la temperatura interna era sicuramente più di 40° C.

Al nostro entrare in chiesa da una porticina laterale, tutti si levarono in piedi e ci venne fatto cenno di avanzare in prima fila, dove fummo accomodati su sedie in plastica di vari colori, una diversa dall’altra, come erano quelle su cui erano sedute le persone attorno all’altare.

L’altare, in mattoni rossi, era posto su di una piattaforma rialzata di poco, in calcestruzzo, mentre il pavimento della chiesa era in semplice terra battuta. Sulla faccia dell’altare, verso i fedeli, dipinta, in stile naif, una scena agreste con contadini e animali e, sullo sfondo, le colline di granito attorno a Juba.

Sulla parete di fondo, dietro l’altare, due specie di manifesti, uno con un Gesù Bambino in un paesaggio di pecore e mandorli in fiore, che sembrava le decalcomanie delle uova di Pasqua, e l’altro con una Madonna con lunghi capelli biondi, di taglio moderno, che sembrava una attrice cinematografica.

Sulle pareti laterali, era rappresentata la Via Crucis su tavolette in legno, dipinte con matite colorate, appese a dei chiodi tramite filo elettrico di plastica verde.

L’interno era tutto adornato da festoni colorati come quelli dell’albero di Natale e grandi stelle puntute, appese al soffitto, ricoperto da una cerata di color azzurrognolo (probabilmente per riparare i fedeli dalla pioggia che passava attraverso il tetto di paglia). 

Iniziata la cerimonia, con la solita introduzione detta nella lingua “zante” dell’etnia che frequentava quella Chiesa, ebbi modo di guardarmi attorno, mentre veniva cantato il Gloria.

Il sacerdote vestito di bianco aveva sul davanti una fascia verticale, dove erano ricamati i vari continenti, probabilmente nella proiezione di Mercatore. La Greonlandia enorme, l’Italia con Roma al centro e le Americhe sotto l’Africa. Figure umane di vari colori, a fianco dei continenti, volevano sicuramente significare l’universalità della Chiesa.

Al fianco del sacerdote, i chierichetti o meglio i “chiericoni”, cioè due omoni vestiti di rosso, con ampie mantelline bianche, che mettevano ancor più in risalto il colore delle loro facce.

Un sacerdote anziano e un diacono, tutti e due con abiti rigorosamente bianchi, assistevano seduti al lato sinistro dell’altare, senza concelebrare.

Al lato destro dell’altare, tre suonatori, uno al tamburo e due seduti da una parte e dall’altra di un grande xilofono di legno, vestiti con palandrane rigorosamente azzurre. Dello stesso colore i membri del coro, sedici elementi femminili, posti sul lato destro della navata, e il maestro, che indossava delle bellissime scarpe di vitello giallo, probabilmente per poter meglio effettuare i passi di danza che faceva mentre dirigeva.

Il Gloria durò circa un quarto d’ora, con salmi frammentari, intercalati da una musica che ripeteva sempre lo stesso motivo. I fedeli in piedi, ascoltavano, muovendosi ritmicamente ora su una gamba ora sull’altra. Ogni tanto delle donne emettevano dei suoni acuti del tipo berbero, che non ho capito se non fossero fatti per svegliare la gente dal senso di ipnosi creato dalla musica a percussione e dal ritmo della danza.

Dopo la preghiera e la lettura parte in “zante”, parte in arabo e parte in inglese, partì nuovamente il coro, assieme ai fedeli, che ripeterono cantando per circa dieci minuti la sola parola “alleluia”. Otto bambine vestite con abiti tipo prima comunione si esibirono in danze lungo il corridoio centrale, mentre il maestro del coro eseguiva dei passi, che a me sembravano di samba.

Immagino che venne letto il brano evangelico di San Tommaso, ma non ebbi modo di capirlo a causa della lingua e del fatto che il diacono lesse ben tre pagine del libro sacro. Oltre al fatto che il lettore era lento a causa di essere non molto esperto in questo esercizio, a metà lettura del lungo brano, il generatore, che produceva energia elettrica fuori dalla chiesa, terminò il gasolio e così rimanemmo tutti al semibuio, lettore compreso che terminò rapidamente il suo compito in qualche maniera.

Dell’omelia, che alla fine risultò più breve di quanto mi aspettassi, compresi solo le parole “profeta”, ripetuta più volte, e “paradiso”, che vennero dette nella nostra lingua.

Le mosche che continuamente tormentavano noi e pure il celebrante, il quale faceva di tutto per tenerle lontane dal calice, mi fecero pensare agli usuari seduti sul sabbione rovente del Canto XVII dell’Inferno:
… andai, dove sedea la gente mesta …

             … e quando al caldo suolo,

 non altrimenti fan di state i cani

or col ceffo, or col piè, quando son morsi

o da pulci o da mosche o da tafani.

Noi non eravamo all’inferno, ma la temperatura era lo stesso … infernale.

Alla preghiera dei fedeli, dove in Italia si  risponde con un semplice “ascoltaci Signore”, una ragazzina sempre vestita d’azzurro, ci propinò certi pistolotti con voce ora supplichevole ora esaltata, seguiti da strofette cantate da tutti, sempre sullo stesso tono.

Alla raccolta dell’elemosina, il mio obolo, sicuramente consistente per loro, mi sembrò niente, di fronte alla loro povertà e alla mia ricchezza.

Il resto della messa si svolse secondo i canoni più o meno tradizionali e si concluse ragionevolmente nei tempi previsti.

Al termine, prima della benedizione (erano passate più di due ore) ci apprestavamo ad uscire, quando un giovane, sempre di azzurro vestito, incominciò a leggere quello che, a noi tutti, sembrarono degli avvisi.

La lettura degli avvisi fu seguita dalla lettura di una lettera che credo fosse del Vescovo e in fine da una sfilza di nomi, come viene spesso fatto durante certe messe nei paesini della Slovenia.

Ci fu un certo silenzio (forse erano i nomi dei morti) e quindi i nomi furono detti a due a due, per un uomo e una donna. I chiamati, chi di qua e chi di là, si alzavano in piedi e scrosciavano gli applausi. Quando fu detto il nome di uno dei “chiericoni” in rosso, egli uscì dalla chiesa e rientrò tenendo per mano una ragazza, a dir la verità, abbastanza bruttina, la quale, ciò non ostante, ricevette un doppio applauso. Comprendemmo, senza ombra di dubbio, che quelle erano le pubblicazioni di matrimonio.

Ci stavamo preparando nuovamente per l’uscita, quando il giovane di prima attaccò una specie di reprimenda, che, dal tono della voce e dallo sguardo di fuoco che dirigeva verso i fedeli, era probabilmente rivolta a coloro che non si comportavano bene in chiesa o che non venivano alla messa, tante furono le volte che la parola venne ripetuta.

Sparito il giovane, una persona di gran riguardo (che poi sapemmo era un ministro) distribuì delle buste qua e là a delle persone chiamate all’altare e invitò, in inglese, se qualcuno avesse da fare dei ringraziamenti a qualcun altro. Finiti i ringraziamenti all’altare tra quattro o cinque coppie che vi si appressarono, anche noi fummo ringraziati per la partecipazione alla funzione della  Parrocchia della comunità “zante”.

Fui invitato dai mie compagni a rispondere, e così io pure ringraziai per l’invito a spezzare il pane con la loro comunità e per esserci potuti scambiare la pace di Cristo, di cui loro e tutto il mondo hanno tanto bisogno. Conclusi dicendo che li ringraziavo anche per avermi fatto capire meglio la frase del nostro Credo, la “comunione dei Santi”. Loro … erano i Santi.

Durante la funzione ebbi modo più volte di emozionarmi, ma di pregare poco. Credo, tuttavia, che già la nostra sola presenza e la pazienza furono accolte lassù, come una preghiera continua.

Dopo più di due ore e mezza uscimmo a respirare una boccata di aria, che ci accolse  più torrida di quella della chiesa, riscaldata com’era dal sole a picco del mezzogiorno.

Fuori della chiesa, spiegai al Ministro, cui mi avvicinai, che eravamo dei visitatori temporanei a Juba e che non si offendesse se non ci avesse visto alla Messa della prossima Domenica. Non saremmo scappati, ma rientrati semplicemente a Roma.   

Ing. Manlio Moggioli
Senior Consultant

    

 di seguito il testo della mail ricevuta da Manlio insieme al suo racconto che pubblico con piacere.

Grazie Francesca, sei sempre attenta e gentile.
Io sempre in  giro per l’Africa! A questo proposito, ti invio un mio “racconto di viaggio” che non ha alcuna pretesa se non quella di trascrivere e far saper agli altri le emozioni che si provano a girare il mondo, con l’occhio aperto a cogliere la realtà locale di chi si incontra.
Un abbraccio

MANLIO

 

   

  


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