non sono un cantastorie


In un mio vecchio post scrissi :

“Le “corrispondenze” ci chiamano a comprendere i rapporti tra persone anche se apparentemente e fisicamente distanti tra loro, specialmente quelle il cui legame non è manifesto, evidente, come nel nostro caso.

Le nostre sono “corrispondenze”, ma anche e soprattutto nel significato di correlazioni e “connessioni” per usare un termine appropriato. Per questo avevo citato Baudelaire e le sue “correspondances”.

La relazione tra persone che non si conoscono fisicamente, ma forse proprio per questo motivo approfondiscono ancora di più la loro “conoscenza interiore”, mi affascina particolarmente. La corrispondenza non verbale ci garantisce una relazione speciale e quindi noi intraprendiamo tutti il cammino ispiratoci da questa relazione. Il linguaggio artistico, in particolare, ci avvicina, ma anche quello dell’anima.

Parto da qui per dirvi che non mi sento un “cantastorie” , troppo ambizioso per me, e non so perché, a suo tempo, ho dato questo nome al blog.

Da oggi quindi il mio blog si chiamerà “Storie minimali”

Buona lettura

 

(Tratto da:  ROMA Il Museo della Posta a cura di Cesare Della Pietà;  Franco Maria Ricci Editore S.p.A. Milano 1988)
“La storia della posta, intesa come la storia di un servizio regolare e organizzato per lo scambio di notizie e messaggi da un luogo all’altro, si inizia con le più antiche civiltà.

Il primato, pare vada attribuito ai cinesi, che quattromila anni prima di Cristo istituirono una rete di messaggeri a cavallo.
In Egitto, fu un faraone della XIX dinastia (1293-1185 a.C.) a creare i primi corrieri, sopratutto per usi statali. Essi diramavano per tutto il regno editti e decreti, e recavano alle autorità locali gli ordini del faraone.Tutti gli antichi imperi del Vicino Oriente ebbero il loro servizio di corrieri statale.
Nella Roma repubblicana esisteva un servizio di posta statale affidato a velocissimi corrieri. Accanto a esso, diverse aziende commerciali i cui interessi si estendevano a località anche molto lontane istituirono una propria rete di comunicazioni.
Augusto creò il cursus publicus, stazioni di posta organizzate scaglionate ogni dieci o quindici chilometri  a seconda della natura più o meno impervia dei luoghi. Prosperò anche la posta privata che trasportava persone, cose e lettere.
Diocleziano riformò il sistema dividendolo in tre sezioni : cursus publicus fiscalis, per il trasporto di tutto quello che riguardava il servizio di stato; angarie , per il trasporto lungo le vie Militari, cioè principali; parangariae, per il trasporto sulle strade secondarie o traverse, a uso quasi esclusivo dei privati.
Le invasioni barbariche distrussero il cursus, e il vasto organismo si sminuzzò in una rete di piccole imprese locali gestite dai privati a scopo di lucro.
Furono i franchi nella Gallia conquistata a rendersi conto per primi di quanta importanza avessero le comunicazioni per costruire un saldo organismo politico. Re Clodoveo  ricostituì il servizio dei corrieri a cavallo con norme quasi identiche a quelle imperiali.
Carlo Magno, giunto a signoreggiare su un impero assai vasto e composto da popolazioni eterogenee, mal sottomesse e riottose, colse subito la necessità di rendere efficiente la rete di comunicazioni: numerose le stazioni di posta, ben fornite di cavalli e carri, attiva la sorveglianza contro eventuali atti di brigantaggio, perfetta la manutenzione delle strade, Tutto ciò veniva pagato con una serie ininterrotta di dazi, pedaggi, valichi eccetera, noti con la già menzionata denominazione generica di angariae.
A occidente franchi e longobardi, svevi e vandali avevano costruito il proprio servizio di corrieri con le macerie del cursus publicus.
A Oriente l’Impero dei califfi ricalcò l’esempio romano per organizzare la rete di trasporti e di comunicazioni. Il vanto della ricostituzione della posta è assegnato dai cronisti al califfo Mohawia. Le città più importanti del dominio islamico  erano collegate da ottime strade, quelle romane e persiane ripristinate, sulle quali i messaggeri del governo transitavano rapidamente, grazie alle numerose stazioni di posta ristabilite. I corrieri arabi effettuavano anche il trasporto della corrispondenza privata, percependo una regalia che si aggiungeva allo stipendio.
Anche gli Stati sorti sulle rovine del califfato non trascurarono l’importanza della rete postale.
Bibars, sultano che regnò sull’Egitto nel XI secolo, organizzò un servizio ammirevole; i suoi agenti, grazie all’efficienza delle stazioni, potevano coprire un centinaio di miglia in poche ore. Il sultano Nureddin,  salito al Trono nel 1146, volle sperimentare l’impiego dei piccioni viaggiatori,  ma il loro uso postale aveva molti precedenti occasionali in Oriente, specie fra i musulmani, che lo introdussero poi anche in Sicilia.
La chiesa cattolica non tentò di  stabilire una propria rete postale, ma istituì soltanto dei messi speciali, chiamati cursores che in veste di monaci o di pellegrini vagavano, quasi sempre a piedi, per l’Europa nel duplice ruolo di corrieri e ambasciatori. Furono invece i singoli ordini religiosi che andarono organizzando proprie poste private, ottenendo le necessarie concessioni dai sovrani temporali, limitandosi tuttavia al trasporto della propria corrispondenza. Un’altra rete di rapporti epistolari fu istituita nel Medioevo dalle università. Gli studenti  -i clerici vagantes- provenivano spesso da lontane regioni e altrettanto spesso erravano da un’università ad un’altra da qui la necessità di mantenere rapporti con le famiglie. Le università organizzarono un proprio servizio postale al servizio degli studenti e dei docenti. Accanto ai monasteri e alle università una terza potenza medioevale si diede un proprio servizio di posta: la corporazione dei mercanti. La lega anseatica , ossia l’associazione fra le città mercantili della Germania, organizzò una compagnia di messaggeri. Agli inizi del XV secolo il servizio funzionava con tale puntualità da permettere agli abitanti delle località interessate di attendere in istrada il messaggero per consegnargli la posta da recapitare. Il primo Stato che sul finire del Medioevo si preoccupò di creare un servizio postale nazionale fu la Francia, con un’ordinanza emanata nel 1464 da re Luigi XI nella città di Luxies.
In Italia l’organizzazione del cursus romano si frantumò in una miriade di iniziative private. Approfittando delle antiche positatae o stazioni (da cui deriva il nostro posta), servi e coloni intraprendenti avevano dato vita a minuscole imprese di trasporti da una città all’altra che col tempo coprirono l’intera penisola permettendo i viaggi e l’inoltro della corrispondenza e delle merci. Nelle regioni meridionali rimaste all’Impero d’Oriente il cursus sopravisse anche come pubblica istituzione, affidata a un logoteta. La conquista araba della Sicilia ne mutò il nome ma non le funzioni; e quando a loro volta i normanni cacciarono gli arabi non fecero altro che rilevare un organismo già perfettamente funzionante. Accanto alla posta pubblica prosperavano però anche imprese corporative e private: L’università di Napoli, per esempio, si vide accordare da Federico II, nel 1224, il diritto ai grandi e piccoli messaggeri, a imitazione degli altri atenei. Ogni altro Stato italiano andò dotandosi di una posta governativa; Nel Ducato di Milano fu Gian Galeazzo Visconti, fra il 1387 e il 1402, a istituire un servizio di corrieri a cavallo sottoposti a regolamenti ferrei; l’esempio fu subito imitato. Venezia, il maggior centro commerciale d’Europa, aveva saputo naturalmente organizzare un regolare scambio postale con tutti i Paesi del continente e del Mediterraneo, con cui era in rapporto non soltanto attraverso le sue navi, ma anche per via di terra, mediante corrieri a piedi e a cavallo. Nel XIV secolo un decreto del Maggior consiglio riunì tutti questi agenti, per lo più reclutati nel Montenegro, nella compagnia dei corrieri della Serenissima: La repubblica Veneta riuscì ad ottenere dalla Curia romana la facoltà, per i messi della città di Bergamo, di trasportare attraverso i territori ecclesiastici le corrispondenze proprie e quelle provenienti dalla Svizzera e dalla Germania, in cambio, le lettere dei rappresentanti pontifici venivano portate a destinazione gratuitamente: Era una modesta prerogativa, ma conteneva in germe lo sviluppo futuro del sistema postale. La compagnia dei corrieri bergamaschi era sorta per iniziativa privata, ma aveva chiesto il riconoscimento ufficiale del Governo veneziano, che infatti ne incorporò formalmente gli agenti fra i corrieri della Repubblica,
Tuttavia essa non smarrì il proprio carattere speculativo: diretta da un capo di sua scelta, la compagnia retribuiva gli addetti dividendo proporzionalmente fra loro i proventi dell’attività. Non era in questo diversa da tante altre imprese analoghe sorte in varie città d’Italia, ma di essa faceva parte un personaggio chiamato Omodeo Tasso.
La tradizione vuole far discendere i Thurn und Taxis, germanizzazione del cognome italiano Torre e Tasso da quei Torrioni che contesero a lungo ai Visconti la signoria di Milano.
Nel XV secolo i due rami principali di quella famiglia si stabilirono l’uno a Gorizia, feudo imperiale appartenente alla Casa d’Austria, l’altro a Bergamo, territorio veneziano; entrambi si occuparono di iniziative postali.
A Gorizia, Ruggero I Thurn und Taxis, Gran Cacciatore dell’Imperatore Federico III (1433-1490) aveva organizzato fra il Tirolo e la Stiria una linea di corrieri, affinché il suo sovrano potesse ricevere prontamente le notizie d’ Italia; mentre a Bergamo, Omodeo Tasso era fra i promotori di quella compagnia che ottenne il riconoscimento ufficiale della Repubblica Veneta, poi privilegi e concessioni da papi e da principi italiani e stranieri.
Le corrispondenze venivano spedite con grande esattezza, a giorni designati, dall’Italia a Praga, Magonza e Francoforte nel territorio imperiale, a Perpignano, Burgos, Barcellona e Madrid in Spagna; tanto che l’imperatore, in premio, concesse ai Tasso di inquartate nel loro stemma gli emblemi della posta.
Quella dei Tasso era dunque l’azienda postale più estesa e meglio organizzata d’ Europa all’inizio del Cinquecento: Fu Carlo V a trasformare l’organizzazione tassiana in un colosso internazionale.
Carlo d’Asburgo, ereditando il dominio dei Paesi Bassi, della Spagna, dei Regni di Napoli e Sicilia, dei vastissimi territori di Casa d’Austria, e assumendo in seguito la corona imperiale, si trovò infatti a governare un Impero composto da membra eterogenee e divise tra loro da altri Stati spesso ostili. Rendere sicure e veloci le comunicazioni diventava un’esigenza vitale.
Nel 1516 Carlo V stipulò con Francesco Tasso e suo nipote Giovanni Battista un trattato che trasformava praticamente in ente pubblico la loro azienda privata. Gli agenti della posta diventavano pubblici ufficiali, impegnandosi a prestare il loro servizio con solenne giuramento di fedeltà: in cambio ricevevano l’immunità fiscale e la tutela del sovrano, che garantiva l’aiuto e la protezione delle autorità civili e militari. Essi dovevano rispondere del proprio operato al capo supremo delle poste, come questi rispondeva, con la vita e con i beni, della regolarità del servizio di fronte all’ imperatore .
Alle linee già gestite se ne aggiunsero altre, in particolare quella per Roma, Napoli e la Sicilia, di estrema rilevanza politica.
Francesco Tasso risiedeva nelle Fiandre, e da lì dirigeva con indomabile energia il numerosissimo personale che collegava i domini ereditari di Casa d’ Austria con l’Impero germanico, la Francia, l’Italia e la Spagna. Morì nel 1517, e la direzione suprema delle poste imperiali passò a suo nipote Giovanni Battista, che era il suo più fido e intelligente collaboratore.
Giovanni Battista accentuò talmente la rapidità e la sicurezza delle linee di comunicazione imperiali da renderle superiori a qualsiasi confronto.
Il monopolio, che era la naturale conseguenza del privilegio imperiale, venne esplicitamente confermato da Carlo V in un’ordinanza, emanata a Bruxelles nel 1545, che proibiva ai privati di spedire la propria corrispondenza mediante agenzie non riconosciute dallo Stato.
Nella seconda metà del Cinquecento i corrieri dei Tasso percorrevano ormai tutta l’Europa, con le sole accezioni di Francia, Inghilterra e Russia: L’Azienda era stata smembrata in vari rami quando Carlo V, abdicando, aveva diviso il suo vastissimo Impero fra diversi successori; ma gli accordi stipulati fra i membri della famiglia, veri e propri trattati, ne garantivano comunque il funzionamento come un tutto unico.

 

 

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