Seguito del racconto pubblicato il 14 ottobre:”Chi ha ucciso Renzo?” Dove, come e perché ho scritto il breve racconto. di Manlio Moggioli.


 

Seguito di “Chi ha ucciso Renzo?” Dove, come e perché ho scritto il breve racconto.

La breve inchiesta, che ho fatto tra i lettori ai quali ho inviato il racconto, mi ha dato l’impressione che, anche se da una parte ho scatenato la loro fantasia – in fondo era quello che volevo – dall’altra, forse, qualcuno ha perso il messaggio che mi ero prefissato di dare.

Queste sono le ragioni che mi hanno convinto a dare qualche spiegazione, quale seguito al mio racconto.

Il giorno 8 ottobre 2007 mi trovavo sul volo che mi portava da Bruxelles a Freetown in Sierra Leone, dove mi aspettava una serie di incontri con le varie autorità, per sbrigare la imbrogliata matassa di un progetto stradale, cui presto la mia consulenza.

Come faccio sempre in questo viaggio intercontinentale, all’aeroporto di Bruxelles avevo comperato il CORRIERE DELLA SERA, unico quotidiano italiano colà disponibile. A Roma, alle 05.30, quando ci si mette in coda per il controllo di sicurezza, le rivendite di giornali sono ancora chiuse e la “Bruxelles Airlines” pensa di fare economia, non distribuendo alcun giornale sulle tratte europee. Figuriamoci poi se trovi un giornale italiano sui voli verso l’Africa. Anche durante l’ora di filodiffusione di musica classica ti fanno ascoltare brani di un musicista belga, illustre sconosciuto.

Quando viaggio mi piace andare alla cassa e pagare in Euro, invece di lottare con i fiorini, marchi, franchi o qualsivoglia altra valuta europea pre-integrazione delle monete. Il quotidiano che avevo comperato non è il mio massimo, ma lo leggo, senza turarmi il naso, come a volte faccio con altri giornali.

Mentre l’Europa mi scorreva chiara sotto i piedi, dall’alto dei miei 10.000 metri, leggevo il CORSERA senza un ordine prefissato, scegliendo argomenti più o meno leggeri, a seconda della voglia che, al momento, mi veniva.

Tra poco avrebbero servito il pranzo e un leggero aperitivo mi preparava, soavemente, a passare le restanti sei ore del mio viaggio.

Dopo aver scorrazzato tra …. , un titolo corredato da un semplice disegno e da alcune fotografie in bianco e nero attrasse la mia attenzione “BIMBO UCCISO, LA MOTO ERA SULLA PISTA CICLABILE. Bormio, si cerca un pilota con casco nero. La madre: se ha una coscienza, si costituisca”.

L’orrore che provai nel leggere i particolari dell’articolo mi crearono un’angoscia che dovevo esorcizzare in un qualche modo. “Scriverò un racconto” pensai.

Il pranzo passò velocemente, mentre elaboravo le idee e la hostess probabilmente si domandava perché non le sorridevo, rabbuiato nei miei pensieri. Che cosa mi fu servito? Non lo so.

Sparecchiato rapidamente il ripiano davanti a me, vi installai il mio computer, la cui batteria, utilizzata in modalità “risparmio di energia”, mi avrebbe dato il tempo sufficiente per scrivere un racconto breve, prima di esser costretto a dover riporre lo strumento nella sua borsa di pelle nera, in vista dell’inizio della discesa verso Freetown.

Mario è un giovane solo e non perché ha perso la sua famiglia o perché vive al di fuori della comunità, isolato nel bosco.

Le vicende della vita gli hanno portato via il padre gran lavoratore, la madre operosa, la nonna che affrontava il suo martirio in un mondo di lavanda. Magari anche le vacanze annuali in qualche posto esotico, con un soggiorno turistico a poco prezzo.

Mario è solo perché ha perso i suoi modelli, vive senza ideali e non gli interessa di realizzare qualcosa nella sua vita. Vive e sopravvive perché ha di che svendere i beni di famiglia. Anche il gatto lo ha abbandonato.

Mario vive nel buio della casa e dell’anima; una fioca lampadina gli basta.

Mario comunica con il mondo attraverso il suo casco da motociclista, nero con disegnate sopra delle fiamme rosse. Si fa distinguere, perché non lo toglie nemmeno nel ballo in discoteca.

Mario è entrato nel mondo dello sballo, di cui ho cercato di disegnare lo stereotipo, e si è pure rifugiato nel mondo virtuale, che ha scelto come fuga dalla realtà.

Quaranta e più videogiochi lo tengono ore ed ore alla console. Si è pure comperato una sedia ergonomica, perché gli faceva male la schiena dallo stare tanto seduto davanti al computer.

Mario alterna, in un crescendo felliniano, lo scorrazzare con la moto nelle campagne attorno, con le visite notturne alla discoteca, con le incalcolabili ore davanti al suo videogioco preferito dal nome premonitore “Motocross infernale”… la giornata di sole, l’ampia vallata, le nuvole in cielo  che sorridono e la gente che applaude.

Lontano! … Sempre più lontano dalle angosce della vita!

Ma la fuga dalla vita nella realtà virtuale si paga e si paga duramente. Basta un attimo e una rapida svolta ti porta, attraverso un bosco oscuro, dritto dritto nella tragica realtà.

Credi di aver acquisito “1000 punti e trenta secondi di abbuono” e di aver vinto, ma invece

Ing. Manlio Moggioli
Senior Consultant

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